Roberta e Giammarco, le vostre strade si sono incrociate, vi siete
innamorati e oggi vi trovate qui di fronte a noi per iniziare un nuovo viaggio
insieme. L'amore è la forza eterna della vita perché ci permette di affrontare
la paura e l'incertezza con coraggio. Anche se condividerete la vita, non
dimenticate di essere due persone distinte, ma coltivate e affermate le vostre
differenze. Amatevi l'un l'altro e mantenetevi fedeli al vostro impegno
affinché insieme potrete ridere e piangere, condividere e crescere, vivere in
salute e in malattia, felici e arrabbiati.
I contenitori con la sabbia colorata simboleggiano il vostro percorso di vita,
la vostra unicità e tutto ciò che vi ha modellato come persone. Questo grande
vaso è la vostra vita futura, la sabbia che verserete sarà la vostra unione.
Iniziate versando uno strato di sabbia ciascuno a simboleggiare
il fondamento del matrimonio. I singoli colori rappresentano voi, Roberta e Giammarco, tutto quello che eravate, tutto quello che siete e
tutto quello che potrete diventare, poiché il matrimonio si basa sulla forza
degli individui.
Ora, versate insieme i vostri colori. I colori
individuali non esisteranno più ma saranno uniti in una sola cosa a
simboleggiare due vite congiunte insieme per sempre. Proprio come questi
granelli di sabbia non potranno mai essere separati, così sarà il vostro
matrimonio.
Come questi granelli di
sabbia oggi si uniscono in questo disegno, così le vostre vite ora si sono
unite e hanno formato una famiglia.
Oggi è un grande giorno perché le mie paure si sono sommate tutte insieme, si sono fuse e amalgamate alla perfezione diventando una massa senza peso e senza forma.
Ho realizzato perché ti ho stressato per giorni, settimane, mesi sulla questione della sintonia. Siamo arrivati, purtroppo troppo presto, al punto di una relazione da me più ferocemente temuto: quello in cui si smette di avere le farfalle nello stomaco, le giornate dove fuori piove e noi siamo nudi a letto e arrivano quelle invece piene di bollette da pagare, spesa da fare, "i panni li stendo io, tu pensa a riprenderli quando rientri, va bene?" e tutta l'organizzazione di una vita insieme.
Una vita molto spesso difficile, minata dalla mia incostanza, dalla mia insoddisfazione e dalla mia continua ricerca di qualcosa di più forte, di più grande, di più eterno, di più universale e gentile. Una vita incasinata, stressata, piena di poco tempo per un "noi" più coeso e stabile. Una vita contando i risparmi del mese, cercando doppi lavori e il tempo per poter occuparsi di tutto, di te, di me, della casa, del gatto, del cane, del tempo fuori, degli altri animali bisognosi, della tua stanchezza, della mia ansia e di tutto quello di cui mi riempio le giornate scaricando spesso questo peso anche su di te. Oggi ho realizzato come la mia voglia di scappare da qualcosa di stabile e a volte, purtroppo, statico dipenda dal mio costante bisogno di "più": travolgente, emozionante, appassionante, entusiasmante, coinvolgente.
A volte lo dimentico, però oggi mi sono ricordata che la felicità è anche sdraiarsi esausti a letto, vedere la casa sistemata, il cane tranquillo, le mille cose fatte bene ma di corsa, e appoggiarsi fra le braccia tue che leggi e riposarsi, ché domani ci aspetta un altro giorno sfrenato e caotico come questo.
Perché questa è la vita e questa è la mia vita con te.
Sei tutto quello di cui ho bisogno perché mi insegni ogni giorno, con tutta la pazienza di questo fottuto mondo, a non avere paura. E questa è una delle cose più belle che tu possa mai fare per me.
A non avere paura di amare e di lasciarsi andare. A non avere paura del buio che troppo presto cala sulla nostra casa e sulla tua assenza, ma anzi attenderlo con ansia perché preannuncio del tuo tanto atteso ritorno.
A non avere paura della felicità perché non è uno stato estemporaneo di questa tetra e piatta vita, ma uno stile di vita sano e genuino che riusciamo a rispettare soltanto finché restiamo vicini.
Mi hai insegnato il peso delle parole usandole contro di me e per questo te ne sarò sempre grata. Mi hai insegnato anche la tranquillità dietro i silenzi, la pace dietro gli sguardi e i fiumi di parole dietro un semplice gesto.
Mi hai insegnato a non avere paura del tempo che passa. A non aver paura dell'abbandono perché ciò che abbiamo è ciò per cui lottiamo ogni giorno, insieme, sempre insieme, con tenacia e coscienza, fermandoci soltanto per riprender fiato e poi ricominciare. A non aver paura dell'attesa, anche quando l'ansia mi attanaglia, perché ogni cosa ha il suo tempo e il suo posto in questa vita così come nelle altre ed è giusto rispettare le loro posizioni spaziotemporali e le loro convizioni sebbene si scontrino con le mie.
Eppure sento di avere ancora bisogno di te, sarà che non si smette mai di imparare!
Perciò tienimi sempre nella tasca destra in alto e continua ad insegnarmi, con la semplicità e il sorriso di cui solo tu disponi, giorno dopo giorno, l'importanza dei sacrifici nascosti dietro le parole "ti amo".
Ho bisogno di ricominciare da tre, la nostra famiglia. Ho bisogno di ricominciare da me, dalle mie esigenze e dai miei desideri, dai miei capricci e dai miei sentimenti troppo spesso fragili. Ho bisogno di ricominciare da te, da quel pomeriggio sul divano, dal tempo che rendi troppo fluido, dai tuoi enormi occhi innamorati. Ho bisogno di ricominciare dal diavolo nero, dalla sua assenza alla sua inosservata presenza, dalle fusa alle dormite abbracciati.
Ho bisogno di ricominciare noi, da quel pomeriggio sul divano, dalla nostra insaziabile voglia di noi, dagli inaspettati lunghi discorsi e dai sorrisi, dai baci e dagli sguardi intensi. Perché noi siamo belli, e lo siamo ogni giorno di più.
Io sto bene, senza di te un po' meno lo ammetto ma sto bene, sto bene per te.
Non reggo benissimo la distanza ma come ti dissi tempo addietro se dovessi scegliere fra un tempo limitato, finito, senza di te e una vita intera, la mia decisione per quanto mi riguarda è più che ovvia; e voglio prendermi tutto, il bene e il male, le crisi e i problemi, le gelosie e i fraintendimenti perché con te tutto sembra diverso da come lo vedevo prima. I problemi diventano grigi e piccoli, con un nome e un libretto di istruzioni allegato per una semplice e veloce risoluzione. Le piccole gioie di ogni giorno, invece, al contrario di come vengono appellate diventano brillanti, colorate e piene, piene al punto che riempiono tutto intorno del loro splendore. Che poi andiamo, è passato solo un giorno!
La tua scrittura sembra quella di un bambino di cinque anni, mi fa troppo sorridere! Guardo i bigliettini in fila, tutti lì in ordine cronologico uno dietro l'altro, da sinistra verso destra, infilzati con uno spillo sulla mia nuova bacheca; li guardo per riacquisire la forza che mi caratterizza da sempre e che ora in parte è custodita al sicuro dentro il tuo cuore, per averla a portata di mano tutte le volte che la mia dovesse venire a mancare con la consapevolezza che me la saprai donare sempre al momento giusto, lasciando sprigionare tutto il suo colore rosso vivo con intensità maggiore rispetto a quella che possedeva il giorno in cui l'ho affidata alle tue cure.
Sì, ora ho due bacheche perché una non bastava più e quando si cresce si moltiplicano un po' tutte le cose, non solo gli anni; si moltiplicano gli impegni, le cose da pagare e quelle da ricordare; si moltiplicano anche i dolcissimi bigliettini intrisi dei pensieri più disparati, dalle frasi delle canzoni alle dichiarazioni d'amore per finire alle richieste di perdono per gli errori più goffi.
La prima bacheca mi lega al mondo terreno, con tutto quello che vorrei volentieri dimenticare, non fare; la seconda custodisce i ritagli del nostro incantevole universo. E' proprio grazie a questi piccoli, invisibili ma fondamentali gesti che trascorrono i giorni sempre uguali dell'alzarsi alle otto del mattino, lavorare otto ore ed essere al campo poco dopo le otto di sera, senza essere uguali per niente!; sono i nostri quotidiani gesti d'amore che lasciano scivolare troppo velocemente i giorni, gli stessi giorni di cui non basterebbero il doppio delle ore di cui sono composti per poter fare anche solo la metà delle cose che abbiamo in mente di fare.
Il tempo con te è relativo e spesso guardando i tuoi biglietti, chiudendo gli occhi, mi sembra di poter vedere lo stesso bambino che seduto al tavolo della cucina scrive su quell'enorme quaderno bianco ormai pieno degli stessi geroglifici che ho a mente, la lezione d'italiano per casa; alza la testa e sorride con quei denti troppo grandi, quella carnagione troppo chiara e quegli enormi, disarmanti occhi troppo verdi.
Ho scritto un post il 25 maggio 2012 in cui rendevo pubblico il fatto che io e te tenevamo un diario. E' una frase che mi è venuta in mente un paio di giorni fa, "tenevamo un diario", dopo aver scattato una foto.
Ecco, questo blog di fatto è il mio diario, scrivo qui per gli stessi motivi per cui noi scrivevamo sul nostro. Questo è il mio diario ed io sono il mio trenta settembre. Questo è il posto in cui scrivo perché non voglio dimenticare. L'obiezione che qualcuno mi ha posto una volta è stata "perché tenere tutto pubblico, se scrivi per te? puoi anche lasciare le cose in un foglio word del tuo computer". Potrei, vero, ma non voglio; i motivi sono i più disparati che vanno dal "voglio averlo sempre a disposizione" al "non mi vergogno di questo che sono e mi succede, e se le persone leggono le deliranti cose che scrivo vuol dire che vogliono conoscermi, vogliono sapere di me, ed io voglio che loro mi conoscano e sappiano di me, perché condividere tutto, il bello e il brutto, è il fulcro delle società costituite da esseri viventi quali noi siamo" al "e se un giorno mi si rompesse l'hard disk?! E se un giorno mi dimenticassi in quale hard disk sono?! In fondo io dimentico di avere le cose che sono riposte nei cassetti se non li apro..."
Questa è una foto a cui tengo molto e la voglio custodire qui, all'interno del mio diario, sebbene finora nessuna foto di nessun amore aveva mai visto la colla su queste pagine. Ho bisogno di tutelarla dal tempo affinché con gli anni io mi ricordi che questo non è "un amore", ma soprattutto perché qualunque cosa accada non devo mai, mai e poi mai, dimenticarla.
So let me go
I don't wanna be your hero
I don't wanna be a big man
I just wanna fight like everyone else
La verità è che ho paura, più invecchio e più ho paura. Ho qualche
reminescenza di quello che sto scrivendo adesso, come se l'avessi già
ripetuto, non lo so. Ci sta. Se così fosse, lasciatemi stare perché ho
bisogno di ridirlo di nuovo: ho paura.
Ma credo che sia molto più utile ammetterlo, una santa buona volta, anche due se necessario, anziché mostrarsi dei crepati bronzi di Riace; ferite presenti nel cuore, nelle ossa e più passano gli anni più diventano tangibili anche i danni cerebrali. Jack, avevi ragione: quando diventerò vecchia probabilmente sarò una vecchina adorabile. Mi sento quasi una rammollita.
Non sono mai stata così legata ai miei genitori in ventisei anni di esistenza come negli ultimi due appena trascorsi. Sono il mio pensiero al mattino, l'ultimo quando mi corico e costantemente quando mi chiama anche mentre sono in atteggiamenti, ehm, privati, per chiedermi perché ho comprato le acciughe invece delle alici.
Li adoro e spesso quando sono lontana e li penso, piango. Piango perché non riesco a gestire le mie paure. Se penso al giorno in cui non ci saranno più, credo che non riuscirò a reggere il trauma e me ne andrò con loro, forse più lentamente. E non ce la faccio a sopportare la sensazione che si impossessa di me, divorandomi. Perché sì, sono diventata una rammollita.
Sono passata dall'essere una menefreghista audace ed impavida, rabbiosa e collerica, ad una buonista che non riesce nemmeno più a sfogare la sua frustrazione e si chiude nelle parole che non è in grado di pronunciare e piange. Fiumi di lacrime, lacrime di gioia, di rabbia, di delusione, di insoddisfazione, di paura.
Senza controllo. Sono ritornata ad essere assolutamente senza controllo. La differenza che adesso l'unica persona che muore sotto assedio sono io, il che rispetto a prima è comunque più "sano". Anche se boh, definire sane certe cose che faccio sembra veramente come volersi prendere per il culo da soli con la consapevolezza di quel che si sta facendo e si parla allo specchio, intavolando discorsi per poter riuscire ad intortare anche l'ultima parte sana di quel che mi rimane.
La verità è che ho paura perché sono maledettamente insicura e stupida. E affamata e avida di certezze e amore che riescono a colmare in modo molto maldestro la voragine che a volte mi si spalanca dentro, soprattutto dopo aver vissuto momenti particolarmente felici o emozionanti. Perché una volta che sei su, giù ci devi tornare e più in alto cadi, più male ti fai. Devo imparare a cadere, anzi devo imparare a scendere, più che a cadere. Come quando dal mio soppalco scendo le scale invece di saltare di sotto. E' in effetti molto più normale, no? Qualcosa c'è di normale c'è rimasto, a quanto pare: bisogna solo sapere cercare e accantonare il mucchietto di stranezze, paranoie e insicurezze che mi compongono.
Ho un altro grosso difetto che coesiste con la mia corrispettiva parte sana: mi sento così sbagliata. Troppo precisa, troppo strana, troppo in un sacco di versi di cui il novanta per cento sono negativi e il restante dieci per cento sono probabilmente talmente eccessivi e fastidiosi che se non sono negativi, io li faccio diventare. E piango. E quando trovo qualcuno che probabilmente dice il vero, che mi adora in quanto complesso di bizzarrie io non gli credo. Come può davvero qualcuno potermi volere davvero per quello che sono? Per l'insopportabile pesantezza in cui ogni tanto ricado, per l'imbarazzante quantità di cose che non riesco ad affrontare, di cui non voglio parlare, a cui non voglio pensare, per la follia con cui spesso rovino dei bellissimi momenti solo perché le mie sensazioni negative dettate troppo spesso da un'incomprensione prendono il controllo della situazione e chiudono le porte della mia persona al mondo intero, per un sacco di altre cose che mi rendono così instabile al punto di non voler accettare che anche io forse un po' lo sono, instabile.
So let me go
I don't wanna be your hero
I don't wanna be a big man
I just wanna fight with everyone else
Vorrei potercela fare, per una volta, a non rovinare un bellissimo amore solo perché ho troppa paura di essere felice. Una cazzo di volta. Una cazzo di volta che ha il sapore di quella definitiva. Una cazzo di volta in cui ho investito tutto sin da subito. Una cazzo di volta in cui ci ho voluto credere così tanto che non ho avuto paura di perdonare uno sbaglio maldestro. Ecco, forse dovrei ricordarmi queste parole tutte le volte che perdo il controllo della situazione e sento il bisogno di trovare una conferma che non trovo, ovviamente, del fatto che chi ho davanti mi ferirà, mi tradirà, mi abbandonerà; soprattutto perché a furia di cercare qualcosa che non esiste, visto che ogni volta sembro volerla con tutte le mie forze alla fine riesco a materializzarla. Riesco a materializzare le ferite, i pianti, i no, le delusioni, gli allontanamenti. Posso, una volta, una sola cazzo di volta, accettare che magari davvero non esiste niente che devo trovare, prima che sia troppo tardi?
Baby needs some protection
But I'm a kid like everyone else
Tiro un sospiro di sollievo e ti abbraccio, in un fiume infinito di lacrime e singhiozzi. Le scuse non saranno mai abbastanza a riparare al danno con cui con i 'mi dispiace' ho provato finora a mettere le pezze, ma tu mi sorridi e dici che non è niente, che non è successo niente, di non preoccuparmi, che non fa niente. E mi aiuterai, perché tu sei tutto quello che io spesso non riesco ad essere: il sorriso e gli occhioni verdi che diradano le nuvole all'orizzonte, la positività e l'ottimismo che ogni giorno ti invidio e che solo con te accanto sono in qualche modo un po' anche miei, la voglia di cercare invece le cose belle, le cose buone per cui vale davvero la pena non farsi abbattere dai momenti di debolezza, la convinzione del momento in cui abbracciandomi mi hai detto "quando smetti di voler essere perfetta, lo sei davvero", la tranquillità del tono della voce e la spensieratezza che a volte ti rimprovero e che invece no, è una delle cose migliori che hai, cazzo!, le braccia forti e grandi in grado di cullare il mio animo in guerra e pulire via dalla polvere e dal sangue quello che resta su quel disperato campo di battaglia che sono.
Il motivo per cui non ha senso per me lasciare questa infelice ma bellissima città è la mia concezione di quello che per me è famiglia e anche se al mio briciolo di orgoglio tempestato di insicurezze luccicanti non piace quello che sto per scrivere, tu ora sei parte della mia famiglia. E non serve a niente trasferirsi in un altro posto perché io e te viviamo entrambi in un altro paese, nella nostra formidabile, sconfinata, America. E sì, è prematuro, è stupido, è irrazionale, non è per un cazzo in linea alle tempistiche ed è rischioso, ma io ti amo America, con tutta la mia parte sana e con tutta quella instabile, con i miei momenti di gioia e simpatia e con quelli di profondo sconforto, con la mia forza e le mie debolezze, con tutto quello che sono con te e senza di te. Anche se con te sono praticamente invincibile, perché sei la balaustra che si materializza quando affacciandomi rischio di cadere, e mi salva, silenziosa, senza farsi notare come se fosse sempre stata lì e rischiare di cadere fosse stata solo un'allucinazione.
Ho cambiato posizione all'anello, è passato dal dito medio della mano sinistra dove stava insieme ad un altro suo compagno argentato all'anulare della stessa mano. Spero davvero che tu sia l'ultimo.
Auguro a me stessa il coraggio di voltare pagina più rapidamente, senza troppo dilungarmi, senza troppo affievolirmi; la caparbietà nel tenere dritta la schiena e alta la testa, andando sempre avanti e guardando indietro solo per compiacermi di quanta strada ho già percorso. Auguro a me stessa soddisfazione e tranquillità, che non ci siano più pianti e mi accompagnino i sorrisi, amore e un naso umido.
A voi tutti auguro il meglio, sempre, chiunque voi siate: che possiate ottenere ciò che più volete!
Chiedo consigli che molto spesso non ascolto. Perché lo faccio?
Per valutare tutto ciò che posso prima di prendere una decisione o solo per cercare di farmi convincere a non fare qualcosa. Per avere l'opinione degli altri perché per me conta, ma forse non quanto credo, per avere una visione d'insieme e farmi suggerire alternative che io non vedo.
Solitamente lo faccio quando nemmeno io sono così convinta nel voler andare fino in fondo, quando la mia scelta non è così ovvia o così facile da prendere, quando ci sono dei margini di rischio da considerare o quando non so effettivamente cosa voglio o cosa è giusto per me.
Lo faccio quando voglio che qualcuno mi fermi anche a costo di legarmi o mi motivi convincendomi che posso fare tutto quello che voglio.
La verità è che comunque faccio sempre di testa mia e anche se ogni tanto potevo risparmiarmelo, non mi sono mai pentita di nessuna delle scelte che ho fatto. Nemmeno di quelle completamente insensate e autolesioniste.
Ho deciso di affrontare la mia paura di farmi male, per adesso solo fisicamente. Mia madre avrebbe pagato affinché mi iscrivessi ad un corso di yoga: "ti farà bene, almeno impari a rilassarti!", mi aveva detto e io già immaginavo la noia mortale nell'andare in un posto, dover stare ferma immobile e in silenzio per interi, interminabili minuti e sperare di sentirmi un tutt'uno con l'universo. Forse mi avrebbe fatto bene, ma non lo sapremo per adesso.
Così ho deciso di iniziare a giocare a rugby, nonostante nessuno fosse entusiasta della mia scelta. "Sai che ti farai male?", "la gente corre verso di te e ti butta a terra", "ti massacreranno", "hai presente che sport sia, almeno?".
Al primo allenamento ho preso una gomitata nel naso, ho ancora un po' di livido. E una tacchettata sotto il mento di striscio, per gradire.
Al secondo ho giocato una partita amichevole e ho preso una botta alle costole. Credevo di piangere dal dolore, ma ho ripreso a correre e in cinque minuti era solo un ricordo. Poi mi sono salite su un piede e ho sentito i tacchetti infilzarsi nelle ossa delle dita del piede destro. Tempo di recupero: tre minuti. E' vero, il contatto c'è, è innegabile, ma decidere di giocare è stata una delle scelte migliori che ho preso nell'ultimo anno.
Ho preso qualche botta, è vero, ma in compenso sono davvero felice: mi sento a casa e sono tremendamente motivata. Le bimbe dicono che sono anche brava!, ma secondo me mentono per non farmi abbattere. Non importa più la pioggia perché noi giochiamo lo stesso. Non sento il freddo e la tristezza perché sono lì, seduta sull'erbetta, in cerchio con tutte le altre ragazze che mi hanno fatto subito sentire una di loro; Danilo è in piedi, ci parla come un padre e come tale ci rimprovera se necessario, ci motiva tantissimo e ci rende una cosa sola.
Dieci anni dopo mi ricordo che cosa meravigliosa sia avere un allenatore che crede in te.
Armata di scotch per coprire tutti i miei piercing, mi sento forte.
Perché il rugby non è una questione di stazza, è solo una questione di carattere e di forza. La tua squadra è la tua forza ed è tutta dietro di te, pronta a difenderti.
La cosa più dura del rugby? I ritmi da tenere durante il terzo tempo!
Troppe birre, troppo cibo, troppi uomini!