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Monica era bellissima anche quella mattina, a Milano, col sole fuori che fa appena capolino. Si prospettava una giornata torrida, erano le sei del mattino da poco e già il termometro segnava trentaquattro gradi.
I fianchi larghi, la vita stretta. I capelli sempre più ricci, sempre più lunghi. Non una ruga in più, non una cicatrice in più. Era bellissima e lui l'amava più del giorno prima. La guardava ancora addormentata, su quell'enorme letto di quel casuale hotel; coperte di seta rosa carne e lei lì, con addosso quella maglietta che porta con sé fin troppi ricordi.
"Chissà, forse un giorno mi amerai", pensava. Ma non ci può essere un equo scambio d'amore fra chi lo vende e chi lo vorrebbe in regalo.
"Sarà perché sono ormai vecchio per te", e la guardò. "No, la verità è che tu non appartieni a questo mondo terreno; sei così bella Monica, di una bellezza eterea, dal sorriso disarmante e dalla risata contagiosa. La verità è che sei troppo per me e io non posso nulla contro tutto questo."
"Buongiorno, caro", Monica si svegliò. "Come mai sei già in piedi?"
La guardò e non fu in grado di dirle niente.
Avrebbe voluto dirle: "ti amo", perché era vero, era terribilmente vero. Ma sapeva che avrebbe rischiato di perderla. Monica era prudente e con i suoi clienti restava finché la pagavano, la rispettavano e non la incatenavano. Monica non era pronta per avere relazioni, per amare di nuovo qualcuno, perché da quella stupida volta non ha più avuto il coraggio di chiudere gli occhi e fidarsi di qualcuno ciecamente. E se gli occhi non restano chiusi, il cuore non è in grado di mostrarsi.
Avrebbe voluto dirle: "sei incantevole, adoro guardarti dormire beata perché in quei momenti sembri meno lontana, quasi come se ti potessi raggiungere, quasi come se potessi sperare di percepire il tuo amore, quasi come se potessi stare con te per sempre e prolungare l'estasi di questo istante oltre i confini del tempo in cui non esistono sbagli, non esistono rancori ma solo amore, di quello vero, di quello puro, di quello che ti stringe allo stomaco quando io non ci sono, di quello che rende la differenza fra sesso e fare l'amore solo una cosa per idioti, di quello che Dio, Monica, vorrei uscire di qui, tenerti per mano e dire al mondo intero <<io amo questa donna meravigliosa!>>"
Probabilmente lei, dopo tanto tempo insieme, gli avrebbe risposto: "anche io mi trovo bene con te, è bello baciarti o stare abbracciati, mi sento quasi "legata" a te e sei in una qualche forma "importante" ma ecco, io non sono innamorata di te. E' questo che ci distingue: al centro del mio mondo non c'è posto per te."
Una volta qualcuno mi ha detto che essere innamorati vuol dire mettere al centro della propria vita l'altro; questa non è la mia visione della cosa, io lo chiamerei amore e non innamoramento, ma il mondo è pieno di mille versioni diverse della stessa identica cosa: dobbiamo solo sperare di incontrare qualcuno che sia in grado di farci vedere il nostro mondo attraverso i suoi incantevoli occhi.
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giovedì, luglio 16, 2015
sabato, maggio 16, 2015
Diciassette anni
Previous: Questione di smalto
Monica ripensa ancora alla sua prima notte di sesso. O d'amore, diranno i nostalgici romantici.
Aveva quasi diciassette anni e un fidanzatino che adorava: era bello, alto, con i capelli ricci e un fratello gemello.
La sua prima volta è stata fredda, come un cubetto di ghiaccio poggiato sulla colonna vertebrale; dura, come un pavimento di marmo bianco e costoso; eppure se la ricorda come fosse avvenuta ieri, come un candido sorriso di un estraneo, come una tazza di cioccolata calda nelle giornate di pioggia.
La radio suonava qualcosa di altamente improbabile, una canzone degli anni ottanta rispolverata da una rubrica giornaliera della sua stazione radio preferita. Donatella Rettore vocalizzava del suo cobra mentre lui le chiedeva se era pronta.
"Te la senti? Possiamo non farlo, se non vuoi", mentre lei audace pensava a come sarebbe stato avere lì sopra di lei anche Francesco, l'identico gemello.
"No, voglio tantissimo, non ti preoccupare."
Non ci furono grida, né di dolore né di piacere, non ci fu sangue né sperma. Ci furono solo tantissime ingiustificate lacrime.
Quella prima volta, ogni tanto quasi le manca.
L'amore è stato un sentimento che non ha potuto più permettersi dall'anno successivo. Troppo ingombrante, ingestibile, difficile, doloroso, ipocrita, vulnerabile, precario.
"L'amore è una cosa che ho sempre voluto evitare. Mi rende debole, eppure ci crederesti mai?"
Il professore la guardava, seminuda e incredibilmente bella con quella maglietta dallo scollo a barca. Cos'avrà fatto ai capelli? Sembra più leonessa.
"L'amore non è una cosa da deboli, però. Secondo me, dovrebbe essere riservato solo alle persone forti, come te", disse passandole la sigaretta appena accesa. "A tutte e sole quelle persone che non lo getteranno in pasto ai cani per via di uno stupido screzio, che non lo lasceranno morire soffocato, schiacciato sotto pesantissimi silenzi. L'amore è sottovalutato, al giorno d'oggi tutti credono di avere il diritto di dire di amare qualcuno, di iniziare una relazione e continuare a non fare la differenziata quando cestinano il tutto dopo poco."
"Quando è stata l'ultima volta che hai amato qualcuna?"
Non poteva davvero rispondere a questa domanda. Lei è il suo ultimo amore ma lui non è abbastanza forte da potersi fregiare del titolo di innamorato.
"Nemmeno me lo ricordo. Forse facevo il dottorato. Non lo so, Monica, non è importante", si riprese la sigaretta e inspirò forte. "E tu?"
"Avevo diciassette anni."
Next: Non sono innamorata di te, ricordatelo
Monica ripensa ancora alla sua prima notte di sesso. O d'amore, diranno i nostalgici romantici.
Aveva quasi diciassette anni e un fidanzatino che adorava: era bello, alto, con i capelli ricci e un fratello gemello.
La sua prima volta è stata fredda, come un cubetto di ghiaccio poggiato sulla colonna vertebrale; dura, come un pavimento di marmo bianco e costoso; eppure se la ricorda come fosse avvenuta ieri, come un candido sorriso di un estraneo, come una tazza di cioccolata calda nelle giornate di pioggia.
La radio suonava qualcosa di altamente improbabile, una canzone degli anni ottanta rispolverata da una rubrica giornaliera della sua stazione radio preferita. Donatella Rettore vocalizzava del suo cobra mentre lui le chiedeva se era pronta.
"Te la senti? Possiamo non farlo, se non vuoi", mentre lei audace pensava a come sarebbe stato avere lì sopra di lei anche Francesco, l'identico gemello.
"No, voglio tantissimo, non ti preoccupare."
Non ci furono grida, né di dolore né di piacere, non ci fu sangue né sperma. Ci furono solo tantissime ingiustificate lacrime.
Quella prima volta, ogni tanto quasi le manca.
L'amore è stato un sentimento che non ha potuto più permettersi dall'anno successivo. Troppo ingombrante, ingestibile, difficile, doloroso, ipocrita, vulnerabile, precario.
"L'amore è una cosa che ho sempre voluto evitare. Mi rende debole, eppure ci crederesti mai?"
Il professore la guardava, seminuda e incredibilmente bella con quella maglietta dallo scollo a barca. Cos'avrà fatto ai capelli? Sembra più leonessa.
"L'amore non è una cosa da deboli, però. Secondo me, dovrebbe essere riservato solo alle persone forti, come te", disse passandole la sigaretta appena accesa. "A tutte e sole quelle persone che non lo getteranno in pasto ai cani per via di uno stupido screzio, che non lo lasceranno morire soffocato, schiacciato sotto pesantissimi silenzi. L'amore è sottovalutato, al giorno d'oggi tutti credono di avere il diritto di dire di amare qualcuno, di iniziare una relazione e continuare a non fare la differenziata quando cestinano il tutto dopo poco."
"Quando è stata l'ultima volta che hai amato qualcuna?"
Non poteva davvero rispondere a questa domanda. Lei è il suo ultimo amore ma lui non è abbastanza forte da potersi fregiare del titolo di innamorato.
"Nemmeno me lo ricordo. Forse facevo il dottorato. Non lo so, Monica, non è importante", si riprese la sigaretta e inspirò forte. "E tu?"
"Avevo diciassette anni."
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sabato, novembre 29, 2014
Questione di smalto
Previous: Una vita alla finestra
Un altro paio di scarpe tacco dodici, nere, con due nastrini che cingono il lungo collo del piede. Quando Monica camminava, con quell'ampia falcata e quelle gambe infinite, sembrava mangiasse chilometri in un lampo. Sempre più vicina alla nullità che non voleva essere, sempre più vicina alla rassegnazione che non poteva più contenere. Perché nonostante lo smalto rosso, anche le puttane hanno un cuore.
"Quando sono con teUn altro paio di scarpe tacco dodici, nere, perché Monica doveva sempre essere una stimolante curiosità per i suoi clienti. Non sarebbero andati a letto con lei se fosse stata come le loro mogli o le loro goffe fidanzate: capelli arruffati, broncio perenne e gigantesche mutande di cotone bianco. Monica doveva essere di più, quello che a tratti non è nemmeno umano. Monica doveva essere la statuaria donna con un corpo senza imperfezioni, la cellulite la lascia volentieri a quelle povere accasate. Monica doveva essere completini intimi ogni giorni diversi; mutande di pizzo bianco per giocare alla ragazza vergine di un paesotto, nero per essere la sensuale donna che quei disgraziati non hanno sposato, rosso per essere una focosa sconosciuta abbordata la notte di capodanno.
non so più chi sono perché
crolla il pavimento
e mi sciolgo qui dentro"
"Me so' 'mbriacato de 'na donnaMonica doveva essere inespugnabile, decisa e rigida, a lavoro; poteva finalmente essere romantica, disperata e sola, una volta rientrata a casa agli orari più disparati.
quanto è bbono l'odore della gonna"
Le sarebbe piaciuto entrare in libreria e incontrare l'uomo della sua vita, mentre casualmente allungano le mani verso lo stesso libro. Le sarebbe piaciuto pagare un gelato e sentirsi sussurrare alle sue spalle: "probabilmente io e lei siamo le uniche persone cui piace il gelato al pistacchio". Le sarebbe piaciuto uscire da un teatro o da un concerto e sulla soglia della porta fermarsi, guardare che pioveva, disperarsi perché non aveva portato l'ombrello e sentirsi invitare da un bellissimo ragazzo bruno a fare la strada con lui sotto il suo ombrello, tanto "andiamo nella stessa direzione", un po' come nei film ambientati a Manhattan.
"Quando io sono solo con teNext: Diciassette anni
io cammino meglio perché
la mia schiena è più dritta"
martedì, giugno 17, 2014
Una vita alla finestra
Previous: Vorrei che leggessi di me
Lui l'aspettava spesso alla finestra. Lei arrivava in taxi, come le vere signore. Lui era lì, in attesa della sua ventata di vita.
L'aspettava quasi sempre guardando la strada che costeggiava l'uscio del suo palazzo. L'aspettava da un'altezza di circa dieci metri, seduto su una vecchia sedia di vimini, brutta e logora come il suo viso, coperto di rughe e cicatrici, marchio di troppi anni passati a soffrire.
A vetri rigorosamente chiusi, la finestra era per lui una sorta di muro speciale: si sentiva nascosto e riparato, ma con il privilegio di poter essere indagatore.
Si sentiva protetto, dietro quella finestra. E aspettava.
L'aspettava in particolar modo quando pioveva e fuori imperversava la bufera.
L'aspettava soprattutto quando la sua vita era in grado di illuminarsi solo con i lampi.
Diventava trementamende cogitabondo e cupo, quando pioveva. Osservava i suoi errori e i suoi fallimenti riflettersi in ogni singola goccia e schiantarsi con un assordante rombo sull'asfalto. Sentiva la miseria della sua vita come crampi allo stomaco, che lo faceva accortocciare come carta stagnola ad ogni tuono. Percepiva il vuoto del suo sentiero, percorso e non, come gracchiare di corvi neri sull'albero di fronte la finestra.
E' quando piove che lui ha bisogno di lei, per provare a bastarsi mozzicando un briciolo d'amore da quelle mutande di pizzo nero.
E' quando piove che lui la prenota per tutta la sera, fino all'indomani mattina, per colmare il vuoto del suo cuore come lei scalda il gelo del suo letto.
E quando Monica arriva, protetta dal taxi bianco, lui è ancora lì, alla finestra.
Next: Questione di smalto
Lui l'aspettava spesso alla finestra. Lei arrivava in taxi, come le vere signore. Lui era lì, in attesa della sua ventata di vita.
L'aspettava quasi sempre guardando la strada che costeggiava l'uscio del suo palazzo. L'aspettava da un'altezza di circa dieci metri, seduto su una vecchia sedia di vimini, brutta e logora come il suo viso, coperto di rughe e cicatrici, marchio di troppi anni passati a soffrire.
A vetri rigorosamente chiusi, la finestra era per lui una sorta di muro speciale: si sentiva nascosto e riparato, ma con il privilegio di poter essere indagatore.
Si sentiva protetto, dietro quella finestra. E aspettava.
L'aspettava in particolar modo quando pioveva e fuori imperversava la bufera.
L'aspettava soprattutto quando la sua vita era in grado di illuminarsi solo con i lampi.
Diventava trementamende cogitabondo e cupo, quando pioveva. Osservava i suoi errori e i suoi fallimenti riflettersi in ogni singola goccia e schiantarsi con un assordante rombo sull'asfalto. Sentiva la miseria della sua vita come crampi allo stomaco, che lo faceva accortocciare come carta stagnola ad ogni tuono. Percepiva il vuoto del suo sentiero, percorso e non, come gracchiare di corvi neri sull'albero di fronte la finestra.
E' quando piove che lui ha bisogno di lei, per provare a bastarsi mozzicando un briciolo d'amore da quelle mutande di pizzo nero.
E' quando piove che lui la prenota per tutta la sera, fino all'indomani mattina, per colmare il vuoto del suo cuore come lei scalda il gelo del suo letto.
E quando Monica arriva, protetta dal taxi bianco, lui è ancora lì, alla finestra.
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martedì, dicembre 24, 2013
Vorrei che leggessi di me
Previous: Lo scollo a barca
Monica non era una semplice puttana. A lei piaceva molto conversare, leggere e ascoltare musica.
Non ricordava troppo spesso di avere queste remote passioni. Spesso non aveva proprio tempo di ricordare di essere altro, oltre che uno stupendo corpo.
Monica spendeva tutti i suoi soldi in manicure, cosmetici e lingerie. Spendeva tutti i suoi soldi per guadagnarne il decuplo. Doveva essere sempre al top, perché aveva dei clienti che erano il top. Top manager. Top business man. Aveva anche lui, ma più per pena che altro.
Quando guadagnava abbastanza soldi da potersi permettere un giorno di riposo, Monica si alzava presto la mattina e correva in libreria ed acquistava almeno tre libri. Un po' come le donne fanno con le scarpe o le minigonne, appena hanno un piccolo risparmio da investire. Correva a casa, si spogliava e con indosso solo la vestaglia di seta nera, accendeva il camino e si sdraiava sul divano. Leggeva, leggeva tutto il giorno.
Divorava le pagine come una iena azzanna una carcassa di bisonte. Le sbranava. Non faceva in tempo ad assimilare le prime due che subito si era fiondata sulle successive, e ancora e ancora.
Affamata di libri, affamata d'amore.
La sua vita contava poco, per lei. Finché era giovane e bella, aveva deciso che non se ne sarebbe curata. Finché poteva fare quel lavoro, non le interessava. Un giorno avrebbe dovuto smettere, ahimè. Quello stesso giorno sarebbe stata o la sua svolta o la sua rovina. Avrebbe dovuto affrontare la vita e capire cosa fare del tempo che le rimaneva. Quel giorno doveva accettare di crescere, avere un lavoro e una famiglia, diventare borghese e anonima. Quel giorno era ancora lontano.
A Monica piaceva tantissimo leggere perché la allontava dai dispiaceri della vita.
Leggere la proiettava in modi paralleli, in cui poteva essere tutto quello che non era, conoscere storie di gente messa peggio di lei, apprendere come tirare avanti leggendo di persone che vivevano esattamente il suo disagio. Magari non suicidarsi, ecco. Cercare di non affondare, reggere l'anima con i denti. Solo la lettura la faceva sentire libera.
Libera di non pensare, di non fissare un cellulare che squilla solo visualizzando i nomi dei suoi dannati, arrapati clienti e basta, che la reclamano e la vogliono, che reclamano e vogliono il suo corpo. Avidi.
Libera di non ammettere di sentirsi schiava di una vita che non le piace, che non la soddisfa.
Libera di non dover affrontare un dolore troppo grosso a cui lei non riesce tuttora in alcun modo a porre rimedio.
Le piaceva leggere e le piaceva anche sperare che un giorno anche la sua vita sarebbe diventata un libro.
Le piaceva immaginare le altre persone intente a leggere di lei e sentirsi confortare con la sua storia, magari a lieto fine. Se poi lei si suicidava, era la nuova Madame Bovary. "Non male", pensò.
Le piaceva immaginare di poter indirettamente aiutare a smuovere le povere miserabili vite di quei lettori che come lei hanno solo bisogno di smuovere le loro esistenze come un alito di vento smuove le pagine di un grosso libro aperto su un tavolo di vetro, al centro di un salone che ha i vetri del balcone spalancato.
Potrebbe chiederlo a lui. E' un professore di matematica, ma magari ha la passione per la scrittura.
"Potremmo fare l'amore e poi con indosso una di quelle magliette che a lui piace farmi indossare, potrei chiedergli di scrivere di me, potrei raccontargli la mia vita", pensò.
Subito dopo si ritrasse da quel goffo e sdolcinato pensiero: con i clienti non si hanno simili rapporti intimi. Tutto ciò è assolutamente fuori discussione.
"Io sono le sue fantasie, l'infermiera che lo cura quando è malato, la compagna e donna forte che lo perdona quando sbaglia, l'amorevole moglie che lo attende paziente. Io sono quello che lui vuole che io sia. Sono ciò di cui lui ha bisogno, sono ciò che non possiede un'anima, figurarsi un bisogno. Sono pagata per questo. Soddisfare i suoi di bisogni, non i miei. A nessuno importa dei miei bisogni. Io sono solo un'invisibile anima dentro un corpo da urlo. Di me, non importa niente a nessuno".
Next: Una vita alla finestra
Monica non era una semplice puttana. A lei piaceva molto conversare, leggere e ascoltare musica.
Non ricordava troppo spesso di avere queste remote passioni. Spesso non aveva proprio tempo di ricordare di essere altro, oltre che uno stupendo corpo.
Monica spendeva tutti i suoi soldi in manicure, cosmetici e lingerie. Spendeva tutti i suoi soldi per guadagnarne il decuplo. Doveva essere sempre al top, perché aveva dei clienti che erano il top. Top manager. Top business man. Aveva anche lui, ma più per pena che altro.
Quando guadagnava abbastanza soldi da potersi permettere un giorno di riposo, Monica si alzava presto la mattina e correva in libreria ed acquistava almeno tre libri. Un po' come le donne fanno con le scarpe o le minigonne, appena hanno un piccolo risparmio da investire. Correva a casa, si spogliava e con indosso solo la vestaglia di seta nera, accendeva il camino e si sdraiava sul divano. Leggeva, leggeva tutto il giorno.
Divorava le pagine come una iena azzanna una carcassa di bisonte. Le sbranava. Non faceva in tempo ad assimilare le prime due che subito si era fiondata sulle successive, e ancora e ancora.
Affamata di libri, affamata d'amore.
La sua vita contava poco, per lei. Finché era giovane e bella, aveva deciso che non se ne sarebbe curata. Finché poteva fare quel lavoro, non le interessava. Un giorno avrebbe dovuto smettere, ahimè. Quello stesso giorno sarebbe stata o la sua svolta o la sua rovina. Avrebbe dovuto affrontare la vita e capire cosa fare del tempo che le rimaneva. Quel giorno doveva accettare di crescere, avere un lavoro e una famiglia, diventare borghese e anonima. Quel giorno era ancora lontano.
A Monica piaceva tantissimo leggere perché la allontava dai dispiaceri della vita.
Leggere la proiettava in modi paralleli, in cui poteva essere tutto quello che non era, conoscere storie di gente messa peggio di lei, apprendere come tirare avanti leggendo di persone che vivevano esattamente il suo disagio. Magari non suicidarsi, ecco. Cercare di non affondare, reggere l'anima con i denti. Solo la lettura la faceva sentire libera.
Libera di non pensare, di non fissare un cellulare che squilla solo visualizzando i nomi dei suoi dannati, arrapati clienti e basta, che la reclamano e la vogliono, che reclamano e vogliono il suo corpo. Avidi.
Libera di non ammettere di sentirsi schiava di una vita che non le piace, che non la soddisfa.
Libera di non dover affrontare un dolore troppo grosso a cui lei non riesce tuttora in alcun modo a porre rimedio.
Le piaceva leggere e le piaceva anche sperare che un giorno anche la sua vita sarebbe diventata un libro.
Le piaceva immaginare le altre persone intente a leggere di lei e sentirsi confortare con la sua storia, magari a lieto fine. Se poi lei si suicidava, era la nuova Madame Bovary. "Non male", pensò.
Le piaceva immaginare di poter indirettamente aiutare a smuovere le povere miserabili vite di quei lettori che come lei hanno solo bisogno di smuovere le loro esistenze come un alito di vento smuove le pagine di un grosso libro aperto su un tavolo di vetro, al centro di un salone che ha i vetri del balcone spalancato.
Potrebbe chiederlo a lui. E' un professore di matematica, ma magari ha la passione per la scrittura.
"Potremmo fare l'amore e poi con indosso una di quelle magliette che a lui piace farmi indossare, potrei chiedergli di scrivere di me, potrei raccontargli la mia vita", pensò.
Subito dopo si ritrasse da quel goffo e sdolcinato pensiero: con i clienti non si hanno simili rapporti intimi. Tutto ciò è assolutamente fuori discussione.
"Io sono le sue fantasie, l'infermiera che lo cura quando è malato, la compagna e donna forte che lo perdona quando sbaglia, l'amorevole moglie che lo attende paziente. Io sono quello che lui vuole che io sia. Sono ciò di cui lui ha bisogno, sono ciò che non possiede un'anima, figurarsi un bisogno. Sono pagata per questo. Soddisfare i suoi di bisogni, non i miei. A nessuno importa dei miei bisogni. Io sono solo un'invisibile anima dentro un corpo da urlo. Di me, non importa niente a nessuno".
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lunedì, luglio 08, 2013
Lo scollo a barca
Gli incontri si stavano facendo più assidui e una maglietta non bastava più. Adorava vederla con indosso solo quello, i seni liberi sotto il tessuto e il culo che le si scopriva appena quando si alzava. Amava vederla vestita così, la faceva sentire sua. Era l'unica cosa, che la faceva davvero sentire sua.Entrava dalla finestra, facendosi spazio fra il legno delle persiane, il primo raggio di sole di luglio. Caldo e raggiante, si posava sulle sue labbra e le illuminavano: sembravano vellulate di ciliegie, così succose e rosse.
Monica dormiva ancora e alle prime luci dell'alba, in penombra, era più bella che mai.
Costava ad ore, Monica, ed ogni minuto passato in sua compagnia era prezioso ed irripetibile, così puro e candido da sembrare falso.
Appena lei si addormentò, egli corse in cucina a prepararsi mille caffè, per poterla guardare dormire tutta la notte: piccola, bruna e delicata come una creatura fatata del Nord.
Respirava lentamente e non faceva rumore; sembrava quasi sorridere, mentre dormiva. Leggera e delicata, spensierata anche durante il sonno.
Si fece mattina e suonò la sveglia. Trasalì, erano le nove: l'ora di andare via.
Monica si svegliò, si diresse verso il bagno e si vestì; in cinque minuti era già pronta per lasciarlo.
Gli disse: "Caro, avrei bisogno che tu mi lasciassi dei soldi. Carina, la maglietta che mi hai regalato, ma è un po' asfissiante. E' fin troppo accollata ed io soffoco dormendo con una roba del genere. Vorrei comprarmi qualcosa di aperto"."Va bene, Monica, capisco perfettamente. Cosa ne dici se provvedo io a procurarti ciò che desideri?".
Lo guardò un po' sdubbiata ma accettò, lo baciò sulla fronte e andò via.
Cosa è in grado di fare un uomo per amore? Tutto.
Non credo davvero che ci sia qualcosa che non sia disposto a fare, niente che con un po' di impegno sincero non sia in grado di fare.
Un uomo per amore scalerebbe montagne a mani nude, superando la paura delle vertigini, quella di cadere e di sentirsi piccolo confrontato con il mondo.
Si tufferebbe in acque pericolose pur di non deludere la sua bella.
Credo che imparerebbe perfino a cucire, per amore.
E' quello che fece: si armò di gesso bianco, cotone per imbastitura, cotone in tinta con la maglia e un paio di forbici.
Monica era deliziosa con indosso solo quella maglietta, nessun altro indumento la rendeva bella a quel modo. Per lei, lui voleva il meglio.
Decise quindi di affiancare i desideri di entrambi, come due cuori e una capanna, per aumentare in lui l'illusione che tutto fosse reale.
Telefonò a lavoro, si prese un giorno di malattia e si mise all'opera.
Costruire uno scollo ad una maglia, non era di per sé complicato. Il lavoro più ostico consisteva nel poterci cucire un bordo, in modo da non scucire il tessuto. L'altra difficoltà consisteva nel creare un bello scollo, equivalente in quarti, pari davanti e dietro, in modo simmetrico.
Guardò tutorial su internet, si armò di precisione e gessetto e tirò la linea guida.
Entro sera, faticosamente, ebbe finito.
Monica bussò alla porta: appuntamento extra, prenotato per poterle regalare il nuovo indumento e vedere come le stava.
Il suo tacco dodici varcò la stanza e deciso si diresse verso la camera.
Quella notte non durò molto, giusto il tempo di amarsi.
Lui le porse la maglietta e le sorrise. Lei alzò il sopracciglio e scosse la testa.
"Fidati", le disse sempre sorridendo.
Monica prese la maglia e la aprì. Era deliziosa, con un armonioso scollo a barca e delle imperfette cuciture stile Frankenstein.
Ricambiò il suo sorriso e gli diede un dolce bacio sul naso.
"Per te niente è impossibile", gli disse.
"Farmi amare da te, sì", pensò.
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domenica, giugno 16, 2013
Un'altra maglietta
Previous: Cena per due
"Ma cosa c'è?"
"Niente, caro. Niente."
"Andiamo Monica, sono quindici minuti che te ne stai seduta sul letto, con le gambe incrociate, a fissare il vuoto.", le disse avvicinandosi.
Si sedette accanto a lei, senza toccarla. Abbastanza vicino da sfiorarla, da farle sentire che era lì, senza starle addosso. Chiuse gli occhi per un secondo e si sporse con il naso per annusarle i capelli, che le scendevano bruni come la notte fuori, sulle spalle.
"E' per la storia di tua madre, vero? Ti sei ammutolita dopo che ti ho chiesto dei tuoi. Ti sei allontanata e ti sei seduta sul letto."
Lei mosse il labbro in segno di stizza ma abbassò gli occhi. Era quasi contenta di esser stata scoperta, sebbene non adorasse sentirsi così vulnerabile. In fondo lui, per lei, era solo un cliente. E basta. Lei era la bella prostituta, la sua preferita.
Gli piaceva tanto farle indossare quella maglietta delle Olimpiadi della Matematica, quando stanca e inebriata dal sesso si fermava a riposare sul suo letto. Lui gliene aveva comprate due, tutte per lei.
Gli incontri si stavano facendo più assidui e una maglietta non bastava più.
Adorava vederla con indosso solo quello, i seni liberi sotto il tessuto e il culo che le si scopriva appena quando si alzava. Amava vederla vestita così, la faceva sentire sua. Era l'unica cosa, che la faceva davvero sentire sua.
Possederla non gli bastava più. Lui l'amava, ma quell'amore per lei non era niente di diverso da quello che sperimentava ogni giorno, con tutti gli altri.
Vederla immersa nell'unica cosa bella della sua vita, oltre lei stessa, era per lui fonte di enorme appagamento.
Monica, lui e la matematica. Quanto avrebbe voluto che non se ne andasse mai, che non si alzasse più da quel letto, che restasse seminuda in tutto il suo abbagliante splendore.
Monica, dopo aver fatto l'amore, è sempre tremendamente più bella di quando varca la soglia di casa sua, ad inizio serata.
Entra truccata, poco, vestita in modo sexy ma mai volgare. Tacco dodici e falcata sicura, gli dà un bacio e si dirige verso la camera, si siede sul letto e accavalla le gambe. Tutte le volte, come una routine, come se tornasse da lavoro e si recasse nell'antro sicuro che la ripara dal peso della vita.
Dopo aver fatto l'amore è sempre più bella di quando arriva.
I capelli arruffatti e gli occhi rilassati, il trucco intatto, il sorriso soddisfatto ma poco marcato sul suo viso, il senso di benessere.
E' un po' come guardare il viso di una madonna bruna e riccia e sentirne la beatitudine, in realtà meno casta di quanto si possa pensare.
Era bella Monica, quella sera: bella ma corrucciata. Bella come tutte le sere in cui si offriva. Bella come se fosse eterna, un po' come la matematica.
Next: Lo scollo a barca
"Ma cosa c'è?"
"Niente, caro. Niente."
"Andiamo Monica, sono quindici minuti che te ne stai seduta sul letto, con le gambe incrociate, a fissare il vuoto.", le disse avvicinandosi.
Si sedette accanto a lei, senza toccarla. Abbastanza vicino da sfiorarla, da farle sentire che era lì, senza starle addosso. Chiuse gli occhi per un secondo e si sporse con il naso per annusarle i capelli, che le scendevano bruni come la notte fuori, sulle spalle.
"E' per la storia di tua madre, vero? Ti sei ammutolita dopo che ti ho chiesto dei tuoi. Ti sei allontanata e ti sei seduta sul letto."
Lei mosse il labbro in segno di stizza ma abbassò gli occhi. Era quasi contenta di esser stata scoperta, sebbene non adorasse sentirsi così vulnerabile. In fondo lui, per lei, era solo un cliente. E basta. Lei era la bella prostituta, la sua preferita.
Gli piaceva tanto farle indossare quella maglietta delle Olimpiadi della Matematica, quando stanca e inebriata dal sesso si fermava a riposare sul suo letto. Lui gliene aveva comprate due, tutte per lei.
Gli incontri si stavano facendo più assidui e una maglietta non bastava più.
Adorava vederla con indosso solo quello, i seni liberi sotto il tessuto e il culo che le si scopriva appena quando si alzava. Amava vederla vestita così, la faceva sentire sua. Era l'unica cosa, che la faceva davvero sentire sua.
Possederla non gli bastava più. Lui l'amava, ma quell'amore per lei non era niente di diverso da quello che sperimentava ogni giorno, con tutti gli altri.
Vederla immersa nell'unica cosa bella della sua vita, oltre lei stessa, era per lui fonte di enorme appagamento.
Monica, lui e la matematica. Quanto avrebbe voluto che non se ne andasse mai, che non si alzasse più da quel letto, che restasse seminuda in tutto il suo abbagliante splendore.
Monica, dopo aver fatto l'amore, è sempre tremendamente più bella di quando varca la soglia di casa sua, ad inizio serata.
Entra truccata, poco, vestita in modo sexy ma mai volgare. Tacco dodici e falcata sicura, gli dà un bacio e si dirige verso la camera, si siede sul letto e accavalla le gambe. Tutte le volte, come una routine, come se tornasse da lavoro e si recasse nell'antro sicuro che la ripara dal peso della vita.
Dopo aver fatto l'amore è sempre più bella di quando arriva.
I capelli arruffatti e gli occhi rilassati, il trucco intatto, il sorriso soddisfatto ma poco marcato sul suo viso, il senso di benessere.
E' un po' come guardare il viso di una madonna bruna e riccia e sentirne la beatitudine, in realtà meno casta di quanto si possa pensare.
Era bella Monica, quella sera: bella ma corrucciata. Bella come tutte le sere in cui si offriva. Bella come se fosse eterna, un po' come la matematica.
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mercoledì, novembre 07, 2012
Cena per due
Previous: Bella senz'anima, sei, Monica
Vi ho già raccontato di quella particolare notte con Monica, dopo quattro settimane di frequentazione. Da allora sono passati quattro anni.
Richiamai Monica altre volte: avevo bisogno di sfogarmi.
La vita era uno schifo e lei era l'unica bella illusione.
Sono un uomo metodico e pigro e non ho mai impiegato grandi energie nel tentativo di trovare una donna che mi stesse accanto.
In realtà non sono ancora del tutto convinto della piena veridicità della mia affermazione, ma credo sarebbe uno smacco troppo grande ammettere di non essere in grado di piacere a qualcuno.
Adoro servirmi dell'amore vacuo delle prostitute, confrontato con il niente è sempre qualcosa.
La mia pigrizia, inoltre, ha avuto la meglio anche sulla sperimentazione del campionario della mia città: dopo aver incontrato Monica, mi sono ritenuto soddisfatto e ho terminato la ricerca.
Meglio di Monica, non esiste niente che io conosca.
Non mi sono, però, ritenuto appagato dal fatto di averne trovata una, di donna, e quindi mi sono fermato alla prima. Monica è davvero una bomba, chiunque si sentirebbe il re del mondo dopo aver scopato con lei tutta la notte.
E' la donna più intrigante del pianeta, ma aveva un unico, grosso difetto: non mi amava.
Due giorni fa la richiamai, ancora. Era sempre contenta di venirmi a trovare.
Cenammo a casa mia. Sembrava un appuntamento ed io ero davvero emozionato dall'idea di poterle preparare qualche delizioso manicaretto, e dall'idea di poter finalmente cucinare qualcosa per più di una sola, abbandonata, persona.
Apparecchiai la tavola, con al centro due candele, con due forchette, due coltelli, due tovaglioli. Versai del corposo vino rosso in due calici.
Servì in tavola due piatti di pasta con gorgonzola e zucchine, due fette di carne cotte alla piastra e due coppette di gelato al cioccolato.
Era bella, Monica, quella sera. Era bella, Monica, tutte le sere che l'ho amata.
Next: Un'altra maglietta
Vi ho già raccontato di quella particolare notte con Monica, dopo quattro settimane di frequentazione. Da allora sono passati quattro anni.
Richiamai Monica altre volte: avevo bisogno di sfogarmi.
La vita era uno schifo e lei era l'unica bella illusione.
Sono un uomo metodico e pigro e non ho mai impiegato grandi energie nel tentativo di trovare una donna che mi stesse accanto.
In realtà non sono ancora del tutto convinto della piena veridicità della mia affermazione, ma credo sarebbe uno smacco troppo grande ammettere di non essere in grado di piacere a qualcuno.
Adoro servirmi dell'amore vacuo delle prostitute, confrontato con il niente è sempre qualcosa.
La mia pigrizia, inoltre, ha avuto la meglio anche sulla sperimentazione del campionario della mia città: dopo aver incontrato Monica, mi sono ritenuto soddisfatto e ho terminato la ricerca.
Meglio di Monica, non esiste niente che io conosca.
Non mi sono, però, ritenuto appagato dal fatto di averne trovata una, di donna, e quindi mi sono fermato alla prima. Monica è davvero una bomba, chiunque si sentirebbe il re del mondo dopo aver scopato con lei tutta la notte.
E' la donna più intrigante del pianeta, ma aveva un unico, grosso difetto: non mi amava.
Due giorni fa la richiamai, ancora. Era sempre contenta di venirmi a trovare.
Cenammo a casa mia. Sembrava un appuntamento ed io ero davvero emozionato dall'idea di poterle preparare qualche delizioso manicaretto, e dall'idea di poter finalmente cucinare qualcosa per più di una sola, abbandonata, persona.
Apparecchiai la tavola, con al centro due candele, con due forchette, due coltelli, due tovaglioli. Versai del corposo vino rosso in due calici.
Servì in tavola due piatti di pasta con gorgonzola e zucchine, due fette di carne cotte alla piastra e due coppette di gelato al cioccolato.
Era bella, Monica, quella sera. Era bella, Monica, tutte le sere che l'ho amata.
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mercoledì, giugno 06, 2012
Bella senz'anima, sei, Monica
Monica era particolarmente bella, quella notte.
Ci frequentavamo da circa quattro settimane e mai era stata bella come allora.
Con lo sguardo di chi il mondo lo aveva già addentato alla gola, sbranato, masticato, e infine sputato, mi guardava vogliosa, distesa sul mio letto.
Avevamo fatto l'amore, tutta la notte, e per tutta la notte le mie labbra non si erano mai allontanate dalla sua pelle.
Mi guardava, Monica, con indosso solo l'odore del mio sapore.
I capelli sconvolti, gli occhioni languidi: com'era bella Monica, quella notte.
I muscoli del suo viso si rilassavano sempre tantissimo, dopo una piacevole scopata; se gli orgasmi che le regalavo, perché uno non le bastava mai, erano abbastanza soddisfacenti, le si imprimeva inoltre un dolcissimo sorriso. E le si gonfiavano le labbra. Entrambe.
Si avvicinò ai piedi del letto e prese la mia maglietta nera dal mucchio dei nostri vestiti. "Nostri": quanto avrei voluto poter dare a quel termine un significato più profondo.
La indossò, e toccando con la pianta del piede destro, nudo, il pavimento gelido, poi poggiando in terra anche il piede sinistro, si alzò in piedi.
"Olimpiadi della Matematica 2012", citava la scritta bianca su fondo nero impressa sulla parte alta della maglia, davanti.
Una parte di me su di lei, ancora una volta.
Avevo constatato, durante quelle quattro settimane, che mi piaceva venire su ogni parte del suo corpo che reputassi bella.
Ho iniziato inondandole il petto e ricordo che quell'orgasmo fu particolarmente violento: getti lunghissimi di sperma mi permisero di apprezzare anche il suo sorriso, e la sua risata.
Successivamente venni sulla sua schiena e, oh, Dio, sui suoi incantevoli, lunghi piedi.
Non c'era una sola parte di lei che non avrei voluto sposare con una parte di me.
Mi sorrise maliziosamente e tirò indietro i capelli, inclinando la testa da un lato.
Aveva gli occhi che bramavano sesso: ancora, ancora.
Le labbra carnose erano ora ancora più gonfie e rosse, irrorate di sangue e piacere.
Ammetto di aver pensato "bella bocca, starebbe magnificamente attorno al mio cazzo", la prima volta che la vidi. Da allora, ogni volta che ci amavamo, mi complimentavo da solo per il gusto e la competenza posti nella scelta.
- Caro, che ne diresti di fumarci una bella sigaretta, io e te, fuori da questa stanza?
Era la sua frase di rito. La frase di rito della mia piccola Bukowski.
La ripeteva ogni settimana, dopo ogni nottata passata a scopare.
Erano le 5.30 del mattino, lo ricordo benissimo.
- Mais oui, Cherie - risposi con la mia, frase di rito.
Uscimmo fuori, in terrazza.
Era troppo presto per ammirare l'alba, ma troppo tardi per godere della notte.
Il freddo mi entrava nelle ossa e le frantumava, mi ricordava che ero ancora vivo, che ero ancora accanto a lei, che lei ancora accanto a me.
Monica fumava la sua sigaretta, sorridendo, e guardando verso l'orizzonte, costituito ormai da una schiera di palazzi. Chiudeva sempre gli occhi, quando aspirava una boccata di veleno, tirando indietro la testa. Al momento di espirare, li spalancava e con il naso cercava il gelo, muovendo ritmicamente le narici.
Era una donna spietata, spietata quanto bella. Ed io ero un uomo fottuto.
Conosco Monica ormai da quattro anni e dal nostro primo incontro non sono più stato in grado di discernere la realtà dalla fantasia.
Nelle mie fantasie, io sono il suo professore di matematica.
Nella mia realtà, lei è la mia prostituta settimanale.
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Ci frequentavamo da circa quattro settimane e mai era stata bella come allora.
Con lo sguardo di chi il mondo lo aveva già addentato alla gola, sbranato, masticato, e infine sputato, mi guardava vogliosa, distesa sul mio letto.
Avevamo fatto l'amore, tutta la notte, e per tutta la notte le mie labbra non si erano mai allontanate dalla sua pelle.
Mi guardava, Monica, con indosso solo l'odore del mio sapore.
I capelli sconvolti, gli occhioni languidi: com'era bella Monica, quella notte.
I muscoli del suo viso si rilassavano sempre tantissimo, dopo una piacevole scopata; se gli orgasmi che le regalavo, perché uno non le bastava mai, erano abbastanza soddisfacenti, le si imprimeva inoltre un dolcissimo sorriso. E le si gonfiavano le labbra. Entrambe.
Si avvicinò ai piedi del letto e prese la mia maglietta nera dal mucchio dei nostri vestiti. "Nostri": quanto avrei voluto poter dare a quel termine un significato più profondo.
La indossò, e toccando con la pianta del piede destro, nudo, il pavimento gelido, poi poggiando in terra anche il piede sinistro, si alzò in piedi.
"Olimpiadi della Matematica 2012", citava la scritta bianca su fondo nero impressa sulla parte alta della maglia, davanti.
Una parte di me su di lei, ancora una volta.
Avevo constatato, durante quelle quattro settimane, che mi piaceva venire su ogni parte del suo corpo che reputassi bella.
Ho iniziato inondandole il petto e ricordo che quell'orgasmo fu particolarmente violento: getti lunghissimi di sperma mi permisero di apprezzare anche il suo sorriso, e la sua risata.
Successivamente venni sulla sua schiena e, oh, Dio, sui suoi incantevoli, lunghi piedi.
Non c'era una sola parte di lei che non avrei voluto sposare con una parte di me.
Mi sorrise maliziosamente e tirò indietro i capelli, inclinando la testa da un lato.
Aveva gli occhi che bramavano sesso: ancora, ancora.
Le labbra carnose erano ora ancora più gonfie e rosse, irrorate di sangue e piacere.
Ammetto di aver pensato "bella bocca, starebbe magnificamente attorno al mio cazzo", la prima volta che la vidi. Da allora, ogni volta che ci amavamo, mi complimentavo da solo per il gusto e la competenza posti nella scelta.
- Caro, che ne diresti di fumarci una bella sigaretta, io e te, fuori da questa stanza?
Era la sua frase di rito. La frase di rito della mia piccola Bukowski.
La ripeteva ogni settimana, dopo ogni nottata passata a scopare.
Erano le 5.30 del mattino, lo ricordo benissimo.
- Mais oui, Cherie - risposi con la mia, frase di rito.
Uscimmo fuori, in terrazza.
Era troppo presto per ammirare l'alba, ma troppo tardi per godere della notte.
Il freddo mi entrava nelle ossa e le frantumava, mi ricordava che ero ancora vivo, che ero ancora accanto a lei, che lei ancora accanto a me.
Monica fumava la sua sigaretta, sorridendo, e guardando verso l'orizzonte, costituito ormai da una schiera di palazzi. Chiudeva sempre gli occhi, quando aspirava una boccata di veleno, tirando indietro la testa. Al momento di espirare, li spalancava e con il naso cercava il gelo, muovendo ritmicamente le narici.
Era una donna spietata, spietata quanto bella. Ed io ero un uomo fottuto.
Conosco Monica ormai da quattro anni e dal nostro primo incontro non sono più stato in grado di discernere la realtà dalla fantasia.
Nelle mie fantasie, io sono il suo professore di matematica.
Nella mia realtà, lei è la mia prostituta settimanale.
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