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domenica, agosto 16, 2015

Sing sing

I suoi occhi di ghiaccio non lasciavano presagire nulla di buono.
Era arrabbiato, era tremendamente arrabbiato, si vedeva: gli tremava la voce, faticava a trattenersi dall'urlare. Poi quel cazzotto sul muro.

Non lo avevo mai visto così turbato, ero preoccupata più per me che per lui, in verità. Ho sempre avuto moltissima paura quando succedono queste cose, quando le persone iniziano ad inveire come un martello pneumatico su tutto quanto urlando, urlando solo perché non riescono ad esprimere il proprio pensiero come dovrebbe fare un essere umano e non una bestia in gabbia, senza cibo da una settimana. Ho sempre temuto quelli che non si arrabbiano mai, quelli eccessivamente posati nei modi e nel temperamento, quelli che non riescono ad esprimere la loro opinione perché il confronto potrebbe ingoiarli interi e vivi; quelli che sembrano distanti anni luce come se la Terra non li sfiorasse nemmeno, come se non fossero lì, come se non fossero reali, loro e quello che gli succede. Come se i folli fossero gli altri. Come se la folle fossi io.

Non riuscivo a muovere le gambe, erano come pietrificate; gli occhi erano spalancati ad osservare i suoi movimenti in ogni insignificante sfumatura: poteva uccidermi da un momento all'altro. Sai, come raccontano al telegiornale, che ad un certo punto sbarelli, prendi un coltello e sgozzi qualcuno; già che ci sei lo fai anche a pezzi così in un sacco nero ci sta tutto e poi via, a seppellirlo in un posto dove nemmeno vai mai così non penseranno mai a te e puff, non ricordarsi niente di tutto questo. Ma non fingere e mentire, no, proprio dimenticare, come se non fossi reale, io e quello che mi sta intorno. Come se la folle sia io.

Se lui avesse imparato a comunicare come un vero essere umano, e non come una bestia in gabbia senza cibo da una settimana, e avesse esposto senza indugio sin dall'inizio le sue opinioni, stati d'animo, disappunti e dissapori, senza sparire e uscire distrutto dal confronto, fatto a pezzi sotto un metro e mezzo di terra, io a quest'ora non sarei in carcere!

giovedì, luglio 16, 2015

Non sono innamorata di te, ricordatelo

Previous: Diciassette anni
 
Monica era bellissima anche quella mattina, a Milano, col sole fuori che fa appena capolino. Si prospettava una giornata torrida, erano le sei del mattino da poco e già il termometro segnava trentaquattro gradi.
I fianchi larghi, la vita stretta. I capelli sempre più ricci, sempre più lunghi. Non una ruga in più, non una cicatrice in più. Era bellissima e lui l'amava più del giorno prima. La guardava ancora addormentata, su quell'enorme letto di quel casuale hotel; coperte di seta rosa carne e lei lì, con addosso quella maglietta che porta con sé fin troppi ricordi.
"Chissà, forse un giorno mi amerai", pensava. Ma non ci può essere un equo scambio d'amore fra chi lo vende e chi lo vorrebbe in regalo.
"Sarà perché sono ormai vecchio per te", e la guardò. "No, la verità è che tu non appartieni a questo mondo terreno; sei così bella Monica, di una bellezza eterea, dal sorriso disarmante e dalla risata contagiosa. La verità è che sei troppo per me e io non posso nulla contro tutto questo."

"Buongiorno, caro", Monica si svegliò. "Come mai sei già in piedi?"
La guardò e non fu in grado di dirle niente.
Avrebbe voluto dirle: "ti amo", perché era vero, era terribilmente vero. Ma sapeva che avrebbe rischiato di perderla. Monica era prudente e con i suoi clienti restava finché la pagavano, la rispettavano e non la incatenavano. Monica non era pronta per avere relazioni, per amare di nuovo qualcuno, perché da quella stupida volta non ha più avuto il coraggio di chiudere gli occhi e fidarsi di qualcuno ciecamente. E se gli occhi non restano chiusi, il cuore non è in grado di mostrarsi.
Avrebbe voluto dirle: "sei incantevole, adoro guardarti dormire beata perché in quei momenti sembri meno lontana, quasi come se ti potessi raggiungere, quasi come se potessi sperare di percepire il tuo amore, quasi come se potessi stare con te per sempre e prolungare l'estasi di questo istante oltre i confini del tempo in cui non esistono sbagli, non esistono rancori ma solo amore, di quello vero, di quello puro, di quello che ti stringe allo stomaco quando io non ci sono, di quello che rende la differenza fra sesso e fare l'amore solo una cosa per idioti, di quello che Dio, Monica, vorrei uscire di qui, tenerti per mano e dire al mondo intero <<io amo questa donna meravigliosa!>>"
Probabilmente lei, dopo tanto tempo insieme, gli avrebbe risposto: "anche io mi trovo bene con te, è bello baciarti o stare abbracciati, mi sento quasi "legata" a te e sei in una qualche forma "importante" ma ecco, io non sono innamorata di te. E' questo che ci distingue: al centro del mio mondo non c'è posto per te."

Una volta qualcuno mi ha detto che essere innamorati vuol dire mettere al centro della propria vita l'altro; questa non è la mia visione della cosa, io lo chiamerei amore e non innamoramento, ma il mondo è pieno di mille versioni diverse della stessa identica cosa: dobbiamo solo sperare di incontrare qualcuno che sia in grado di farci vedere il nostro mondo attraverso i suoi incantevoli occhi.

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sabato, maggio 16, 2015

Diciassette anni

Previous: Questione di smalto

Monica ripensa ancora alla sua prima notte di sesso. O d'amore, diranno i nostalgici romantici.
Aveva quasi diciassette anni e un fidanzatino che adorava: era bello, alto, con i capelli ricci e un fratello gemello.
La sua prima volta è stata fredda, come un cubetto di ghiaccio poggiato sulla colonna vertebrale; dura, come un pavimento di marmo bianco e costoso; eppure se la ricorda come fosse avvenuta ieri, come un candido sorriso di un estraneo, come una tazza di cioccolata calda nelle giornate di pioggia.

La radio suonava qualcosa di altamente improbabile, una canzone degli anni ottanta rispolverata da una rubrica giornaliera della sua stazione radio preferita. Donatella Rettore vocalizzava del suo cobra mentre lui le chiedeva se era pronta.
"Te la senti? Possiamo non farlo, se non vuoi", mentre lei audace pensava a come sarebbe stato avere lì sopra di lei anche Francesco, l'identico gemello.
"No, voglio tantissimo, non ti preoccupare."
Non ci furono grida, né di dolore né di piacere, non ci fu sangue né sperma. Ci furono solo tantissime ingiustificate lacrime.

Quella prima volta, ogni tanto quasi le manca.
L'amore è stato un sentimento che non ha potuto più permettersi dall'anno successivo. Troppo ingombrante, ingestibile, difficile, doloroso, ipocrita, vulnerabile, precario.

"L'amore è una cosa che ho sempre voluto evitare. Mi rende debole, eppure ci crederesti mai?"
Il professore la guardava, seminuda e incredibilmente bella con quella maglietta dallo scollo a barca. Cos'avrà fatto ai capelli? Sembra più leonessa.
"L'amore non è una cosa da deboli, però. Secondo me, dovrebbe essere riservato solo alle persone forti, come te", disse passandole la sigaretta appena accesa. "A tutte e sole quelle persone che non lo getteranno in pasto ai cani per via di uno stupido screzio, che non lo lasceranno morire soffocato, schiacciato sotto pesantissimi silenzi. L'amore è sottovalutato, al giorno d'oggi tutti credono di avere il diritto di dire di amare qualcuno, di iniziare una relazione e continuare a non fare la differenziata quando cestinano il tutto dopo poco."
"Quando è stata l'ultima volta che hai amato qualcuna?"
Non poteva davvero rispondere a questa domanda. Lei è il suo ultimo amore ma lui non è abbastanza forte da potersi fregiare del titolo di innamorato.
"Nemmeno me lo ricordo. Forse facevo il dottorato. Non lo so, Monica, non è importante", si riprese la sigaretta e inspirò forte. "E tu?"
"Avevo diciassette anni."

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sabato, novembre 29, 2014

Questione di smalto

Previous: Una vita alla finestra

Un altro paio di scarpe tacco dodici, nere, con due nastrini che cingono il lungo collo del piede. Quando Monica camminava, con quell'ampia falcata e quelle gambe infinite, sembrava mangiasse chilometri in un lampo. Sempre più vicina alla nullità che non voleva essere, sempre più vicina alla rassegnazione che non poteva più contenere. Perché nonostante lo smalto rosso, anche le puttane hanno un cuore.
"Quando sono con te
non so più chi sono perché
crolla il pavimento
e mi sciolgo qui dentro"
Un altro paio di scarpe tacco dodici, nere, perché Monica doveva sempre essere una stimolante curiosità per i suoi clienti. Non sarebbero andati a letto con lei se fosse stata come le loro mogli o le loro goffe fidanzate: capelli arruffati, broncio perenne e gigantesche mutande di cotone bianco. Monica doveva essere di più, quello che a tratti non è nemmeno umano. Monica doveva essere la statuaria donna con un corpo senza imperfezioni, la cellulite la lascia volentieri a quelle povere accasate. Monica doveva essere completini intimi ogni giorni diversi; mutande di pizzo bianco per giocare alla ragazza vergine di un paesotto, nero per essere la sensuale donna che quei disgraziati non hanno sposato, rosso per essere una focosa sconosciuta abbordata la notte di capodanno.
"Me so' 'mbriacato de 'na donna
quanto è bbono l'odore della gonna"
Monica doveva essere inespugnabile, decisa e rigida, a lavoro; poteva finalmente essere romantica, disperata e sola, una volta rientrata a casa agli orari più disparati.
Le sarebbe piaciuto entrare in libreria e incontrare l'uomo della sua vita, mentre casualmente allungano le mani verso lo stesso libro. Le sarebbe piaciuto pagare un gelato e sentirsi sussurrare alle sue spalle: "probabilmente io e lei siamo le uniche persone cui piace il gelato al pistacchio". Le sarebbe piaciuto uscire da un teatro o da un concerto e sulla soglia della porta fermarsi, guardare che pioveva, disperarsi perché non aveva portato l'ombrello e sentirsi invitare da un bellissimo ragazzo bruno a fare la strada con lui sotto il suo ombrello, tanto "andiamo nella stessa direzione", un po' come nei film ambientati a Manhattan.
"Quando io sono solo con te
io cammino meglio perché
la mia schiena è più dritta
"
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mercoledì, novembre 12, 2014

Vuoti di memoria

Sì, lo so che dobbiamo andare al matrimonio di Sara ma io non ce la faccio, non posso venire in queste condizioni. Ho un dopo sbronza che mi concede di non ricordare perché ieri ti ho telefonato in prenda alla sambuca. Ho un'unghia rotta e i capelli fuori posto. Graffi sulle mani, lividi sulle braccia. No, non posso presentarmi così, non al matrimonio di Chiara.
E poi, dai, siamo seri, cosa vuoi che gliene importi a Mara se mi presento o meno. E' il suo giorno. Ha il suo Giorgio. Che gliene frega degli altri?
Dai senti, facciamo così, vado in bagno a vomitare, avviati. Ci vediamo là.

lunedì, ottobre 20, 2014

E' troppo tardi, dipende per cosa

Oggi ho deciso di venirti a trovare. Era da un po' di tempo che ci stavo pensando.
Milo stamattina è venuto a svegliarmi. Con il suo solito goffo andamento, è saltato sul letto e mi ha dato il bacio del buongiorno. Mi ha sussurrato: "svegliati, Bi" e poi ha aggiunto: "adesso è il momento di andare".
Ho aperto gli occhi e con un sorriso l'ho mandato via. "Sì, ok, va bene, va bene, mi alzo!", e mi sono tirata su.
Ho indossato il vestito che ti piaceva tanto. Una scarpa, poi l'altra. Ho chiuso i laccetti blu e mi sono tirata su dal letto. Su quel tacco otto, ho raggiunto la scrivania e ho tirato fuori quello che mi serviva.
Lentamente, per non rischiare sbavature che non mi potevo permettere quel giorno, ho aperto la bocca e ho colorato di rosso le mie labbra. Prima l'angolo sinistro che si protende verso il destro, poi su al contrario. Ho sfoderato la penna dell'eyeliner e con certosina precisione ho tirato un'armoniosa riga su un occhio, poi ho tirato l'altra, speculare, simmetrica, perfetta, sull'altro. Oggi sono proprio bella perché sono finalmente felice, tranquilla. I miei occhi sembrano più grandi, aperti e vigili; i miei passi suonano per la stanza più sicuri e fermi.
"Ciao, Milo, fai il bravo. Torno stasera"; prendo la borsa e mi incammino, un passo dopo l'altro, in una lenta e serena passeggiata, senza fretta, senza angoscia, verso la stazione.
Il mio treno è partito cinque minuti fa. Sono arrivata in ritardo. Non importa, avevo davvero voglia di dedicarmi a me stessa per essere raggiante oggi. Mi siedo e aspetto il prossimo treno.

sabato, ottobre 18, 2014

Centottanta chilometri orari

Quando corre così forte su quella bicicletta, Andrea si sente quasi immortale. Sfreccia accanto ad una signora anziana in carrozzella, supera velocemente quel palazzo dal civico diciassette e continua la sua corsa all'impazzata giù per un cavalcavia.
Le lacrime le rigano le guance e bagnano Isabella dietro che le urla qualcosa di incomprensibile ma disperato; cadono copiose sulla strada che si sta lasciando alle spalle, perché nella vita o bevi e piangi o affoghi e piangi ma puntualmente ti tocca anche morire.
Le gambe graffiate, le ginocchia sbucciate, la ghiaia sottopelle di chi le mille cadute subite non le ha mai volute curare, ma ha lasciato che si integrassero a modo loro nel normale percorso di cicatrizzazione del dolore. Le nocche rosse e sanguinanti, spaccate dal vento e dai troppi cazzotti, hanno accarezzato per l'ultima volta il viso di Isabella proprio un attimo prima; la stessa Isabella che l'aveva tradita con un'altra nel suo letto; la stessa Isabella che aveva deciso di non transigere su nulla e adesso l'aveva persa, per l'ennesimo fatale errore.
Il ricordo di qualcosa che probabilmente non è mai esistito, le tormenta il cervello, le fa vomitare l'intestino e la fa correre su quella bicicletta il più veloce possibile per andare il più lontano possibile e schiantarsi a centottanta chilometri orari, dritta contro un muro.

venerdì, ottobre 17, 2014

Di nuovo tu e le lacrime amare

Monica dormiva su quel letto ormai spoglio. Lui la guardava nervosamente fumando la quinta sigaretta dell'ultima ora. Trascinava avanti e indietro la sua pesante carcassa umana, piena di niente, avanti e indietro lungo la stanza aspirando colossali boccate di fumo nero. Le mani sporche di grasso, di rabbia e di merda. La faccia che crollava sotto lo stesso peso dell'avarizia.

"Ci sono innumerevoli modi di essere felici. Ci sono innumerevoli modi di essere infelici. Nessuno di questi potrai mai conoscerlo da un banale scritto."

I ricci capelli neri le cadevano sulle spalle mentre a pancia in giù poteva godere delle tre ore di sonno che la vita le concede ogni giorno. Lui la guardava e si sentiva perso. Su e giù per quelle scale, su e giù per i piani del palazzo, indeciso se lanciarsi o tornare a letto ancora una volta, in quel letto ad ore che mai potrà davvero soddisfarlo.

"Mi dispiace ma non sono fatta per amarti, solo per possederti, distruggerti, strapparti l'anima e giudicarti. Mai cambierai ai miei occhi, qualunque cosa tu faccia."

Avanti e indietro nervosamente e Monica continuava ad essere per lui irrimediabilmente bella e irrimediabilmente sbagliata.

domenica, settembre 07, 2014

L'essenziale è invisibile agli occhi

La guardava e la mangiava con gli occhi. Voleva riempirla di baci, continuamente. La teneva seduta sulle sue ginocchia: magra, così piccola da sembrare ancora una bambina. Guardavano le stelle sul terrazzo di lei, seduti su una piccola sedia di plastica bianca. Le accarezzava la schiena, si avvicinava con la punta delle dita a sfiorarle un fianco e risalendo poi sulla curva della vita. Era bella, la guardava e pensava che era davvero splendida.
"Sei bellissima, Bi".
"Certo, come no!", rispose sorridendogli e gli baciò la fronte.
Avrebbe voluto davvero che lei gli credesse, avrebbe voluto farla sentire bella, bella come nessun'altra; avrebbe voluto che lei ne fosse consapevole, che se ne convincesse una dannata volta.
Le accarezzava i capelli, ricci ma sempre troppo corti. Lei gli baciava la fronte e chiudeva gli occhi in un attimo che sembrava eterno. La tranquillità era così tangibile che la respirava a pieni polmoni, diventava un peso dentro la pancia e l'ancorava sempre di più a quelle gambe che la sorreggevano; s'imprimeva in quella carne che avrebbe voluto tenere sempre sottomano, in quei muscoli che avrebbe voluto vedere più sicuri, più forti; s'immergeva in quei capelli che sapevano di pace, di voglia di vivere qualcosa che fosse più simile a quello che sentiva ma che non riusciva ad avere; s'insinuava sulle labbra che avrebbe voluto baciare con maggiore trasporto e per più tempo, ma senza pretese e senza fretta, in cui ogni momento era così lento e diluito da far abbassare la pressione e non sentire più le gambe.
Chiuse gli occhi e poggiò la fronte contro la spalla di lei che gli accarezzava la mano, che con le dita disegnava tante piccole spirali invisibili, come l'immagine sbiadita e inesistente di quella sera.

martedì, agosto 19, 2014

La serpe in seno

Le case che si arrampicano sulla collina di Ressafreve erano ancora più colorate quel giorno. Il sole era forte, caldo come il cuore di un innamorato, lontano come il ricordo da cui Marina cercava di scappare, correndo sulla sua nuova graziella rossa, sfrecciando per il sentiero che conduce in cima, verso il paese.
Ressafreve era un piccolo borgo, quattro case, due anime e una strada. I ragazzini del paese negli anni settanta avevano deciso di dare un po' di colore alle loro vite, nel vero senso della parola. Stanchi della noia e del grigiore sul volto dei paesani, un giorno decisero di dipingere tutte le casette del borgo. Ad oggi non resta molto, se non l'eco del silenzio e il lento sbiadire di quei meravigliosi colori. Eppure quell'estivo assolato giorno del millenovecentosettantasette, tutto era ancora lì.
Marina sembrava una piccola biscia. Sinuosamente seguiva i tornanti e le curve in salita, quel biondo che brillava sotto la calura incalzava sempre più, come se mille bestie lo inseguissero. Gettò la bici in strada e si fiondò contro un portone. I pugni sbattevano forti con un ritmo di tre quarti, il corpo accompagnava il gesto di richiesta d'aiuto. Sull'uscio non uscì nessuno. Riprese selvaggia la bicicletta e continuò a correre.
Il paese sembrava disabitato come era rimasto Piedimonte, situato dal lato della collina appena traversato. A Ressafreve era rimasto sicuramente qualcuno, almeno Giuseppe, suo amico d'infanzia, eppure la vita sembrava nascondersi al bene per tramare in favore delle tenebre. Troppo vili i suoi abitanti per potersi curare del prossimo? Troppo pigri per poterne sentire la richiesta d'aiuto?
"Pè! Pè!", nessuna risposta.

sabato, luglio 12, 2014

La vecchia e il mare

La vecchia di Borgo Mugnano sembrava essere lì da sempre.

D'estate sedeva su una sdraio un po' sbilenca, di legno chiaro, ed il suo insulso peso era sorretto da un telo azzurro e giallo, come la bella stagione. Non ho mai capito a che ora uscisse di casa per sedersi davanti l'uscio su quella sdraio. Sono passata davanti casa sua a tutti gli orari. Alle nove del mattino, che andavo al mare, e alle sei di sera, che mi ricoglievo. Alle nove di sera, che uscivo per andare in paese a prender aria nella piazza, e alle sei del mattino, quando rincasavo da una notte brava. Ad un certo punto ho realizzato che forse in casa non ci entrava mai, non cucinava e non mangiava ed era per questo che era ridotta ad un mucchio d'ossa con un foulard verde pisello in testa. Sembrava che lei vivesse lì, su quella sedia torta tutta l'estate, per poi ritirarsi soltanto in autunno dentro casa. Era una tartaruga che viveva un letargo al contrario: col sole faceva il digiuno, con la neve si sfamava per affrontare la prossima bella stagione.

Aveva gli occhi color del ghiaccio, di un azzurro così chiaro e luminoso che sembravano ritagli d'acqua di ruscello che brillavano sotto il sole d'agosto. Era raro riuscire a vederglieli, tanto era coperta di molli rughe. Un paio di volte ci sono riuscita e non ho dormito per tre giorni.
Mi sono sentita scrutare nei pensieri più sporchi, come se quegli occhi indagatori uscissero allo scoperto per segnalarti che stavolta stavi proprio esagerando, che loro se ne erano accorti e se non la piantavi te l'avrebbero fatta scontare. Alzava tantissimo quel che le restava delle sopracciglia per poterli tirare fuori dalla pelle che le cadeva floscia e abbondante sul volto.

Nonostante questo, era immensamente bello uscire e sapere che lei era lì. Mi faceva sentire sempre una bambina, come se il tempo non passasse mai. Invece passavano le ore, i giorni, ma lei era sempre lì, come se nel suo esistere mancasse una dimensione o come se quest'ultima non potesse scalfirla, supponendone l'esistenza. Frattanto che lei sedeva sull'uscio di casa sua, a me cresceva il seno, il naso ma non le gambe, forse sintomo di un'infanzia mendace. Il tempo passava, passava eccome, passava per me e per gli altri bambini intorno, ma non per lei. Noi ci annoiavamo se anche solo ci ritrovavamo cinque minuti senza alcun da fare e ci chiedevamo come lei potesse stare tutto il giorno, tutto il santo giorno con gli occhi socchiusi seduta su quella sdraio senza mai muoversi e senza mai parlare. Doveva essere una specie di santa oppure un'aliena che lasciava il suo corpo stazionato su quella sedia mentre con la mente era altrove, ancora giovane e bella. Oppure era in trans e anche se a noi era tutto nascosto, lei in realtà passava il suo tempo nell'oltretomba con il suo amato marito defunto. Non lo abbiamo mai saputo.

Era eterea ed eterna e nessuno ha memoria del suo vero nome e lei da troppi anni aveva smesso di parlare. L'unica cosa certa che sapevamo era il suo cognome, Esposito, scritto in vernice color oro sulla cassetta verde delle lettere. La chiamavano "Mariù", forse perché era figlia di pescatori o forse perché era figlia del mare stesso.

Nel murales che adorna la sua casa in via casale ventitré, lei è ancora lì, su quella sdraio lorda e usurata.

martedì, giugno 17, 2014

Una vita alla finestra

Previous: Vorrei che leggessi di me


Lui l'aspettava spesso alla finestra. Lei arrivava in taxi, come le vere signore. Lui era lì, in attesa della sua ventata di vita.

L'aspettava quasi sempre guardando la strada che costeggiava l'uscio del suo palazzo. L'aspettava da un'altezza di circa dieci metri, seduto su una vecchia sedia di vimini, brutta e logora come il suo viso, coperto di rughe e cicatrici, marchio di troppi anni passati a soffrire.
A vetri rigorosamente chiusi, la finestra era per lui una sorta di muro speciale: si sentiva nascosto e riparato, ma con il privilegio di poter essere indagatore.
Si sentiva protetto, dietro quella finestra. E aspettava.

L'aspettava in particolar modo quando pioveva e fuori imperversava la bufera.
L'aspettava soprattutto quando la sua vita era in grado di illuminarsi solo con i lampi.
Diventava trementamende cogitabondo e cupo, quando pioveva. Osservava i suoi errori e i suoi fallimenti riflettersi in ogni singola goccia e schiantarsi con un assordante rombo sull'asfalto. Sentiva la miseria della sua vita come crampi allo stomaco, che lo faceva accortocciare come carta stagnola ad ogni tuono. Percepiva il vuoto del suo sentiero, percorso e non, come gracchiare di corvi neri sull'albero di fronte la finestra.
E' quando piove che lui ha bisogno di lei, per provare a bastarsi mozzicando un briciolo d'amore da quelle mutande di pizzo nero.
E' quando piove che lui la prenota per tutta la sera, fino all'indomani mattina, per colmare il vuoto del suo cuore come lei scalda il gelo del suo letto.

E quando Monica arriva, protetta dal taxi bianco, lui è ancora lì, alla finestra.

Next: Questione di smalto

martedì, dicembre 24, 2013

Vorrei che leggessi di me

Previous: Lo scollo a barca

Monica non era una semplice puttana. A lei piaceva molto conversare, leggere e ascoltare musica.
Non ricordava troppo spesso di avere queste remote passioni. Spesso non aveva proprio tempo di ricordare di essere altro, oltre che uno stupendo corpo.

Monica spendeva tutti i suoi soldi in manicure, cosmetici e lingerie. Spendeva tutti i suoi soldi per guadagnarne il decuplo. Doveva essere sempre al top, perché aveva dei clienti che erano il top. Top manager. Top business man. Aveva anche lui, ma più per pena che altro.

Quando guadagnava abbastanza soldi da potersi permettere un giorno di riposo, Monica si alzava presto la mattina e correva in libreria ed acquistava almeno tre libri. Un po' come le donne fanno con le scarpe o le minigonne, appena hanno un piccolo risparmio da investire. Correva a casa, si spogliava e con indosso solo la vestaglia di seta nera, accendeva il camino e si sdraiava sul divano. Leggeva, leggeva tutto il giorno.
Divorava le pagine come una iena azzanna una carcassa di bisonte. Le sbranava. Non faceva in tempo ad assimilare le prime due che subito si era fiondata sulle successive, e ancora e ancora.
Affamata di libri, affamata d'amore.

La sua vita contava poco, per lei. Finché era giovane e bella, aveva deciso che non se ne sarebbe curata. Finché poteva fare quel lavoro, non le interessava. Un giorno avrebbe dovuto smettere, ahimè. Quello stesso giorno sarebbe stata o la sua svolta o la sua rovina. Avrebbe dovuto affrontare la vita e capire cosa fare del tempo che le rimaneva. Quel giorno doveva accettare di crescere, avere un lavoro e una famiglia, diventare borghese e anonima. Quel giorno era ancora lontano.

A Monica piaceva tantissimo leggere perché la allontava dai dispiaceri della vita.
Leggere la proiettava in modi paralleli, in cui poteva essere tutto quello che non era, conoscere storie di gente messa peggio di lei, apprendere come tirare avanti leggendo di persone che vivevano esattamente il suo disagio. Magari non suicidarsi, ecco. Cercare di non affondare, reggere l'anima con i denti. Solo la lettura la faceva sentire libera.

Libera di non pensare, di non fissare un cellulare che squilla solo visualizzando i nomi dei suoi dannati, arrapati clienti e basta, che la reclamano e la vogliono, che reclamano e vogliono il suo corpo. Avidi.
Libera di non ammettere di sentirsi schiava di una vita che non le piace, che non la soddisfa.
Libera di non dover affrontare un dolore troppo grosso a cui lei non riesce tuttora in alcun modo a porre rimedio.

Le piaceva leggere e le piaceva anche sperare che un giorno anche la sua vita sarebbe diventata un libro.
Le piaceva immaginare le altre persone intente a  leggere di lei e sentirsi confortare con la sua storia, magari a lieto fine. Se poi lei si suicidava, era la nuova Madame Bovary. "Non male", pensò.
Le piaceva immaginare di poter indirettamente aiutare a smuovere le povere miserabili vite di quei lettori che come lei hanno solo bisogno di smuovere le loro esistenze come un alito di vento smuove le pagine di un grosso libro aperto su un tavolo di vetro, al centro di un salone che ha i vetri del balcone spalancato.

Potrebbe chiederlo a lui. E' un professore di matematica, ma magari ha la passione per la scrittura.
"Potremmo fare l'amore e poi con indosso una di quelle magliette che a lui piace farmi indossare, potrei chiedergli di scrivere di me, potrei raccontargli la mia vita", pensò.
Subito dopo si ritrasse da quel goffo e sdolcinato pensiero: con i clienti non si hanno simili rapporti intimi. Tutto ciò è assolutamente fuori discussione.
"Io sono le sue fantasie, l'infermiera che lo cura quando è malato, la compagna e donna forte che lo perdona quando sbaglia, l'amorevole moglie che lo attende paziente. Io sono quello che lui vuole che io sia. Sono ciò di cui lui ha bisogno, sono ciò che non possiede un'anima, figurarsi un bisogno. Sono pagata per questo. Soddisfare i suoi di bisogni, non i miei. A nessuno importa dei miei bisogni. Io sono solo un'invisibile anima dentro un corpo da urlo. Di me, non importa niente a nessuno".

Next: Una vita alla finestra

domenica, novembre 17, 2013

Amnesie e bipolarismo: essere Hyde e non saperlo.

C'è una cosa che dovete sapere di me: mi dimentico le cose.
Mi dimentico le cose? Mi dimentico le cose...

Credo fortemente che per capire, almeno parzialmente, il soggetto che andate a leggere, dovete sapere più cose di quelle che attualmente conoscete.
Non vi si richiede conoscenza circa il buco dell'ozono, la quantistica, l'andamento del sovrappeso negli Stati Uniti. Non so esattamente quale grado di conoscenza, relativamente a poi chissà quale ambito, vi si richiede.
Facciamo finta di niente e andiamo oltre.
Cosa stavamo dicendo? Ah sì, mi dimentico le cose.

Soffro di disturbo bipolare e ho spesso gravi amnesie a breve termine: non ricordo cosa dico mentre lo faccio, non ricordo cosa ho mangiato ieri e con chi ho scopato un'ora fa; a volte non ricordo il nome di mia madre, sebbene io l'abbia accompagnata un mese fa a fare la spesa.

E' come se ogni giorno per me fosse totalmente nuovo e totalmente a caso.
Come tutti i poveri sfigati, il disturbo di cui soffro ha un potente lato negativo: ricordo benissimo quello che ho fatto molto tempo fa.

E' come se le cose negative, che faccio o mi succedono, non riescono a ferirmi davvero: dopo cinque minuti le ho dimenticate. Eppure, giacciono lì, sul fondo del mio cervello, dove stagnano ed iniziano ad emergere qualche settimana dopo.

Mi ritrovo ad avere pensieri, ricordi di una persona che io di fatto non conosco.

Se ora uccido un gatto, dopo dieci minuti guardo il corpo e mi chiedo chi possa avergli fatto del male. Magari piango anche, perché no!
Vivo spensieratamente per due settimane e ad un certo punto inizio a sentire un grosso peso sulla coscienza. Inizio a ricordare di un gatto, il corpo di un gatto morto lì sulla strada. Inizio a vedere una mano che si muove in direzione della povera bestia. Vedo il tormento, sento i lamenti che squarciano l'aria intorno.

Vedo tutto, so tutto, sento tutto ciò che riguarda una persona che non conosco.
Ma che mi appartiene.

lunedì, luglio 08, 2013

Lo scollo a barca


Gli incontri si stavano facendo più assidui e una maglietta non bastava più. Adorava vederla con indosso solo quello, i seni liberi sotto il tessuto e il culo che le si scopriva appena quando si alzava. Amava vederla vestita così, la faceva sentire sua. Era l'unica cosa, che la faceva davvero sentire sua.
Entrava dalla finestra, facendosi spazio fra il legno delle persiane, il primo raggio di sole di luglio. Caldo e raggiante, si posava sulle sue labbra e le illuminavano: sembravano vellulate di ciliegie, così succose e rosse.
Monica dormiva ancora e alle prime luci dell'alba, in penombra, era più bella che mai.

Costava ad ore, Monica, ed ogni minuto passato in sua compagnia era prezioso ed irripetibile, così puro e candido da sembrare falso.
Appena lei si addormentò, egli corse in cucina a prepararsi mille caffè, per poterla guardare dormire tutta la notte: piccola, bruna e delicata come una creatura fatata del Nord.
Respirava lentamente e non faceva rumore; sembrava quasi sorridere, mentre dormiva. Leggera e delicata, spensierata anche durante il sonno.

Si fece mattina e suonò la sveglia. Trasalì, erano le nove: l'ora di andare via.
Monica si svegliò, si diresse verso il bagno e si vestì; in cinque minuti era già pronta per lasciarlo.

Gli disse: "Caro, avrei bisogno che tu mi lasciassi dei soldi. Carina, la maglietta che mi hai regalato, ma è un po' asfissiante. E' fin troppo accollata ed io soffoco dormendo con una roba del genere. Vorrei comprarmi qualcosa di aperto"."Va bene, Monica, capisco perfettamente. Cosa ne dici se provvedo io a procurarti ciò che desideri?".
Lo guardò un po' sdubbiata ma accettò, lo baciò sulla fronte e andò via.


Cosa è in grado di fare un uomo per amore? Tutto.

Non credo davvero che ci sia qualcosa che non sia disposto a fare, niente che con un po' di impegno sincero non sia in grado di fare.

Un uomo per amore scalerebbe montagne a mani nude, superando la paura delle vertigini, quella di cadere e di sentirsi piccolo confrontato con il mondo.
Si tufferebbe in acque pericolose pur di non deludere la sua bella.
Credo che imparerebbe perfino a cucire, per amore.


E' quello che fece: si armò di gesso bianco, cotone per imbastitura, cotone in tinta con la maglia e un paio di forbici.
Monica era deliziosa con indosso solo quella maglietta, nessun altro indumento la rendeva bella a quel modo. Per lei, lui voleva il meglio.
Decise quindi di affiancare i desideri di entrambi, come due cuori e una capanna, per aumentare in lui l'illusione che tutto fosse reale.
Telefonò a lavoro, si prese un giorno di malattia e si mise all'opera.

Costruire uno scollo ad una maglia, non era di per sé complicato. Il lavoro più ostico consisteva nel poterci cucire un bordo, in modo da non scucire il tessuto. L'altra difficoltà consisteva nel creare un bello scollo, equivalente in quarti, pari davanti e dietro, in modo simmetrico.
Guardò tutorial su internet, si armò di precisione e gessetto e tirò la linea guida.
Entro sera, faticosamente, ebbe finito.
Monica bussò alla porta: appuntamento extra, prenotato per poterle regalare il nuovo indumento e vedere come le stava.
Il suo tacco dodici varcò la stanza e deciso si diresse verso la camera.

Quella notte non durò molto, giusto il tempo di amarsi.
Lui le porse la maglietta e le sorrise. Lei alzò il sopracciglio e scosse la testa.
"Fidati", le disse sempre sorridendo.
Monica prese la maglia e la aprì. Era deliziosa, con un armonioso scollo a barca e delle imperfette cuciture stile Frankenstein.
Ricambiò il suo sorriso e gli diede un dolce bacio sul naso.
"Per te niente è impossibile", gli disse.

"Farmi amare da te, sì", pensò.

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domenica, giugno 16, 2013

Un'altra maglietta

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"Ma cosa c'è?"
"Niente, caro. Niente."
"Andiamo Monica, sono quindici minuti che te ne stai seduta sul letto, con le gambe incrociate, a fissare il vuoto.", le disse avvicinandosi.
Si sedette accanto a lei, senza toccarla. Abbastanza vicino da sfiorarla, da farle sentire che era lì, senza starle addosso. Chiuse gli occhi per un secondo e si sporse con il naso per annusarle i capelli, che le scendevano bruni come la notte fuori, sulle spalle.
"E' per la storia di tua madre, vero? Ti sei ammutolita dopo che ti ho chiesto dei tuoi. Ti sei allontanata e ti sei seduta sul letto."
Lei mosse il labbro in segno di stizza ma abbassò gli occhi. Era quasi contenta di esser stata scoperta, sebbene non adorasse sentirsi così vulnerabile. In fondo lui, per lei, era solo un cliente. E basta. Lei era la bella prostituta, la sua preferita.
Gli piaceva tanto farle indossare quella maglietta delle Olimpiadi della Matematica, quando stanca e inebriata dal sesso si fermava a riposare sul suo letto. Lui gliene aveva comprate due, tutte per lei.
Gli incontri si stavano facendo più assidui e una maglietta non bastava più.
Adorava vederla con indosso solo quello, i seni liberi sotto il tessuto e il culo che le si scopriva appena quando si alzava. Amava vederla vestita così, la faceva sentire sua. Era l'unica cosa, che la faceva davvero sentire sua.
Possederla non gli bastava più. Lui l'amava, ma quell'amore per lei non era niente di diverso da quello che sperimentava ogni giorno, con tutti gli altri.
Vederla immersa nell'unica cosa bella della sua vita, oltre lei stessa, era per lui fonte di enorme appagamento.
Monica, lui e la matematica. Quanto avrebbe voluto che non se ne andasse mai, che non si alzasse più da quel letto, che restasse seminuda in tutto il suo abbagliante splendore.
Monica, dopo aver fatto l'amore, è sempre tremendamente più bella di quando varca la soglia di casa sua, ad inizio serata.
Entra truccata, poco, vestita in modo sexy ma mai volgare. Tacco dodici e falcata sicura, gli dà un bacio e si dirige verso la camera, si siede sul letto e accavalla le gambe. Tutte le volte, come una routine, come se tornasse da lavoro e si recasse nell'antro sicuro che la ripara dal peso della vita.
Dopo aver fatto l'amore è sempre più bella di quando arriva.
I capelli arruffatti e gli occhi rilassati, il trucco intatto, il sorriso soddisfatto ma poco marcato sul suo viso, il senso di benessere.
E' un po' come guardare il viso di una madonna bruna e riccia e sentirne la beatitudine, in realtà meno casta di quanto si possa pensare.
Era bella Monica, quella sera: bella ma corrucciata. Bella come tutte le sere in cui si offriva. Bella come se fosse eterna, un po' come la matematica.

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domenica, gennaio 06, 2013

La bellezza si paga

Hai presente quando ti svegli una mattina con l'odore del pane caldo provenire dal piano di sotto, mentre gli uccellini fuori cinguettano allegri alle prime luci del mattino e ti rendi conto che sei soltanto una pazza schizofrenica che sta immaginando tutto nel suo letto sfatto in un giorno uggioso?
Riprendiamo fiato.
Beh, è così che mi sento ventinove giorni su trenta al mese.
Uno schifo totale.

Sono Marilyn e sono una mora qualunque che abita in una città nevrotica quasi quanto ogni suo abitante;
sono una donna di trent'anni, non più bella, non più affascinante, con un lavoro odioso e mediocre;
sono una donna come tutte le altre, come quelle che incontrate quando andate a fare la spesa, che vi ritrovate alla fermata dell'autobus, che fanno la coda in banca per ritirare lo stipendio;
sono una donna che non sa cosa vuole ma lo vuole subito perché la vita è breve e non si può attendere, perché altrimenti spuntano le rughe per poi ritrovarmi sola con una rivista di gossip in mano.

La mia vita si colora di rosso, un solo giorno al mese.
So cosa avete pensato ed è banale. Voi siete banali.
Non era, però, ciò a cui mi stavo riferendo.
Il rosso è un bellissimo colore: esprime forza, passione, rabbia, amore.
La mia vita diventa "radiosa" soltanto il quattro di ogni mese: adoro quando giunge il quattro dicembre e corre via per lasciare spazio al quattro gennaio.
Pensate, è proprio il mio odioso e mediocre  lavoro, a regalarmi la grande gioia tanto attesa: il giorno di paga!

Il quattro di ogni mese, metodicamente ritiro i soldi in banca e mi dirigo verso l'edicola più vicina: compro Vogue, Cosmopolitan e Glamour, e di corsa verso casa.
Non importa se fuori c'è il sole o piove a dirotto.
Non importa se il cane vuole uscire fuori a pisciare o se mi ha già pisciato in casa.
Non importa se c'è da stendere i panni della lavatrice prima che puzzino di muffa.
Non mi importa di niente: oggi è il quattro ed io ho le mie fottute riviste.

Chiudo la porta di camera e lascio il mondo alle mie spalle.
Le lacrime scorrono copiose sulle mie gote quando inizio a strappare dalla prima rivista ogni sua singola pagina, una per una, una dopo l'altra.
Prendo l'altra e la smembro viva, nella sua interezza per ridurla in cenere. Cenere: come hanno ridotto me. Sfibro anche l'ultima rivista e mi ritrovo la camera sommersa di fogli.
Modelle belle ovunque, in camera mia, con i loro patinati sorrisi ed i loro corpi perfetti.
Le migliori marche di profumi giacciono sopra il letto; quelle di make-up, sotto.
Belle, belle in modo assurdo; belle da fare schifo; belle da farti stare male; belle da farti vomitare.

Raccolgo tutte le pagine, con certosina precisione, assicurandomi che ogni bellissimo raggio di sole che sbuca dai loro brillanti sorrisi, sia stato catturato ed inglobato nel mucchio di carta che ho in mano.
Smetto di piangere e, una volta in salotto, ripongo le bellissime modelle fra la cenere del camino, prendo l'alcool etilico e le brucio.

venerdì, gennaio 04, 2013

L'amico delle donne (pt. 1)

Cena per due

Monica mi annebbia la vista, perdo il senno totalmente ogni volta che la penso: la foga nel parlarvi di ha lei mi ha fatto dimenticare le buone maniere.
Non mi sono mai presentato, ecco, e me ne rammarico molto: sono Italo e sono un professore di matematica, sebbene questo lo sappiate già.
Monica è la stella più luminosa del firmamento: è normale dimenticarsi di se stessi quando si ha a che fare con quella sublime creatura, eppure oggi non sono qui per parlare di lei.

Le donne che, in questo momento, mi stanno prestando la loro attenzione, avranno già colto la sottile, maliziosa intenzione celata, che agli uomini sarà sicuramente sfuggita nel leggere la mia presentazione: se non avessi sentito il bisogno di parlarvi di me, non vi avrei mai detto il mio nome.
Ebbene sì, era una bugia di tornaconto quella delle buone maniere, della dimenticanza; non lo era però come Monica mi riduce, come le donne in generale, mi riducono.

Sapete una cosa? Margot, la maitresse della casa di tolleranza dove Monica offre i suoi servigi, è la mia unica amica e mi ha soprannominato "l'amico delle donne".
Capite? Che beffa. Credo faccia un insolito effetto leggere "è la mia unica amica" e sapere che il soprannome affibiatomi è "l'amico delle donne", vero?
Beh, come biasimarvi: pare che l'incoerenza guidi l'uomo in ogni sua azione.

Ho iniziato a raccontare a Margot tutta la mia vita sugli splendidi, comodi divani in pelle nera della sua casa, la prima volta che andai a scegliere una ragazza.
Mi mostrò un catalogo dove aveva raccolto un fascicoletto su ognuna di loro: foto, segni particolari, specialità e molto altro.
Quella sera scelsi Elisa: una fan del sadomaso; così, per provare e partire in quarta.
Dopo la scelta, Margot non aveva altri clienti da servire e così mi trattenni a chiacchierare.

L'infelice domanda che mi fece, "come mai ha deciso di ricorrere all'amore vacuo, sir?", riportò in me alla mente troppi ricordi, molti dei quali avrei preferito restassero dov'erano.
Vi risparmio tediosi racconti della mia vita da inetto per centrare il fulcro della questione: l'origine del soprannome. Vi racconterò dunque di Irene e Marlene.

domenica, novembre 11, 2012

Caro amore morto, ti scrivo

Una donna morta è come il Casu Marzu: puzza, e poi c'ha i vermi.

Tu sei un po' come questo formaggio, adesso, ma mangiarti in Italia è ancora illegale.
Quando avrò voglia di te, ti porterò in acque internazionali: sperimenteremo insieme necrofilia e cannibalismo, uniti, fino all'ultima parte di noi, solo che la tua finisce prima della mia.

Quanto è precaria, la vita.
Adesso sono qui a scriverti di quanto eri bella quel giorno che t'ho incontrata, con i pantaloni verde petrolio e la camicia a scacchi beige.
Adesso sono qui a parlarti, come facevamo quando ci sdraiavamo a letto, con i tuoi occhi chiusi; solo che questa volta hai deciso di dormire in un altro letto e per rendere il tradimento meno difficile da sopportare, l'hai chiamato "tomba".
"Amore, stanotte dormo in un'altra tomba", fa meno male che sapere che la propria donna dorme in un altro letto.
La tomba dell'amore. La tomba del mio amore.

Devo dire che la morte ti ha lasciato intatta, bella come allora. O ti hanno imbalsamato? Ad ogni modo, c'è un ottimo lavoro dietro, qualunque esso sia.
Ti guardo e mi viene voglia di baciarti.
Ti guardo e mi ricordo di quando ti venivo in faccia, e poi ti colava sul viso tonico: ora resterebbe tutto fra le grinze del passato.
Una signora ha appena urlato: "ommioddio, ma lei è un maiale!".
La guardo sorpresa come se mi avesse letto nei pensieri e le rispondo, sorridendole mentre scuoto una mano: "avrebbe dovuto vedere allora quel che facevamo, io e questa maialina morta!".

E' svenuta. Le donne, proprio non le capisco.
Amore, sei particolarmente bella, oggi: ti hanno truccata molto bene.

Una donna morta è come il nero: sta bene su tutto.

mercoledì, novembre 07, 2012

Cena per due

Previous: Bella senz'anima, sei, Monica

Vi ho già raccontato di quella particolare notte con Monica, dopo quattro settimane di frequentazione. Da allora sono passati quattro anni.

Richiamai Monica altre volte: avevo bisogno di sfogarmi.
La vita era uno schifo e lei era l'unica bella illusione.
Sono un uomo metodico e pigro e non ho mai impiegato grandi energie nel tentativo di trovare una donna che mi stesse accanto.
In realtà non sono ancora del tutto convinto della piena veridicità della mia affermazione, ma credo sarebbe uno smacco troppo grande ammettere di non essere in grado di piacere a qualcuno.

Adoro servirmi dell'amore vacuo delle prostitute, confrontato con il niente è sempre qualcosa.
La mia pigrizia, inoltre, ha avuto la meglio anche sulla sperimentazione del campionario della mia città: dopo aver incontrato Monica, mi sono ritenuto soddisfatto e ho terminato la ricerca.
Meglio di Monica, non esiste niente che io conosca.
Non mi sono, però, ritenuto appagato dal fatto di averne trovata una, di donna, e quindi mi sono fermato alla prima. Monica è davvero una bomba, chiunque si sentirebbe il re del mondo dopo aver scopato con lei tutta la notte.
E' la donna più intrigante del pianeta, ma aveva un unico, grosso difetto: non mi amava.

Due giorni fa la richiamai, ancora. Era sempre contenta di venirmi a trovare.
Cenammo a casa mia. Sembrava un appuntamento ed io ero davvero emozionato dall'idea di poterle preparare qualche delizioso manicaretto, e dall'idea di poter finalmente cucinare qualcosa per più di una sola, abbandonata, persona.

Apparecchiai la tavola, con al centro due candele, con due forchette, due coltelli, due tovaglioli. Versai del corposo vino rosso in due calici.
Servì in tavola due piatti di pasta con gorgonzola e zucchine, due fette di carne cotte alla piastra e due coppette di gelato al cioccolato.

Era bella, Monica, quella sera. Era bella, Monica, tutte le sere che l'ho amata.

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